A cura di Armando Gnisci-Nuovo Planetario Italiano. Geografia e antologia della letteratura della migrazione in Italia e in Europa.


Ed. Citta’ aperta, pp. 537

È uscito nelle librerie il volume “Nuovo Planetario Italiano. Geografia e antologia della letteratura della migrazione in Italia e in Europa”, a cura di Armando Gnisci. Il prof. Gnisci, che insegna Letterature Comparate all’Università “La Sapienza” di Roma, nel saggio introduttivo fa notare come molto recentemente siano apparsi i segni di canonizzazione della letteratura migrante in italiano da parte della nostra cultura letteraria ufficiale.

“Sono segni a volta importanti, e a volte confusi e addirittura mistificanti” – ha dichiarato in più occasioni. Con l’antologia e con il gruppo dei coautori sta cercando di porre al centro del dibattito “una riflessione complessiva e utile, non accademicamente erudita ma piuttosto criticamente pedagogica, di tutto quello che è successo in questi anni in Italia, con una serie di confronti con altre realtà europee”. […] Il volume è composto da molte mani, che “ho immaginato e curato – dice sempre Gnisci – affinché possa diventare un primo bilancio attendibile e sicuro del nostro cammino insieme agli scrittori migranti in Italia e in Europa”.

(tratto da “Così gli extracomunitari cambiano la letteratura italiana”, di Giovanni Zambito, Venerdí 01.12.2006)

Il libro ha una struttura di mappa italiana-europea degli scrittori e delle lettere migranti provenienti da tutti gli angoli del pianeta e scritte in italiano.

Contiene saggi e introduzioni di Ali Mumin Ahad, Immacolata Amodeo (Germania), Davide Bregola, Silvia Camilotti, Luisa Carrer (UK), Pierangela Di Lucchio (Francia), Angela Gregorini (cinema), Marie-Jose Hoyet (teatro), Gianluca Iaconis, Amara Lakhous, Mia Lecomte, Jean-Jacques Marchand (Svizzera), Maria Cristina Mauceri, Sonia Sabelli (musica), Franca Sinopoli.

Gli autori antologizzati: Gezim Hajdari, Ron Kubati, Mihai M. Butcovan, Vesna Stanic, Bozidar Stanisic, Tamara Jadrejcic, Jarmila Ockayova, Barbara Serdakowski, Helena Paraskeva, Salah Methnani, Mohamed Bouchane, Moshen Melliti, Tahar Lamri, Mohamed Akalay, Abdelkader Daghouni, Mina Boulhanna, Amor Dekhis, Brahim Achir, Bouzidy Aziz, Pap Khouma, Kossi Komla Ebri, Mbacke Gadji, Yogo Ngana Ndjock, Genevieve Makaping, Pedro Miguel, Jean Leonard Touadi, Garane Garane, Gabriella Ghermandi, Cristina Ali Farah, Habte Weldemarian, Ali Mumin Ahad, Ribka Sibhatu, Hasan Atiya al Nassar, Alon Altaras, Nader Gazvinizadeh, Rula Jebreal, Thea Laitef, Muin Madih Masri, Parviz R. Parvizyan, Younis Tawfik, Yousef Wakkas, Bamboo Hirst, Lily-Amber Laila Wadia, Alexian Santino Spinelli, Heleno Oliveira, Vera Lucia de Oliveira, Marcia Theophilo, Rosana Crispim da Costa, Christiana de Caldas Brito, Julio Monteiro Martins, Clementina Sandra Ammendola, Egidio Molinas Leiva.

Approfondimenti

La necessità di essere creoli: un “nuovo planetario italiano”

di Daniele Barbieri

www.carta.org, recensioni

Non vi fate spaventare dalla mole [540 pagine] o dal prezzo [27 euro] che comunque è quasi accettabile in rapporto a un mercato che riserva i prezzi bassi solo per prodotti editoriali estremi, cioè super-classici oppure schifezze giornalistiche/letterarie che dopo una settimana “scadono”. Questo “Nuovo planetario italiano” ovvero “Geografia e antologia della letteratura della migrazione in Italia e in Europa” è una riflessione sistematica e completa sulle scritture migranti fra i due secoli. Ne scrivono con sapienza Ali Mumin Ahad, Immacolata Amodeo, Davide Bregola, Silvia Camilotti, Luisa Carrer, Pierangela Di Lucchio, Angela Gregorini, Marie-Josè Hoyet, Gianluca Iaconis, Amara Lakhous, Mia Lecomte, Jean-Jacques Marchand, Maria Cristina Mauceri, Sonia Sabelli e Franca Sinopoli con il coordinamento di Armando Gnisci che è anche autore di uno dei tre saggi introduttivi.

Se lontane migrazioni portano gli antenati di Gnisci in Italia dove persino il cognome si trasforma, in direzione opposta si muove Maria Cristina Mauceri che insegna da anni a Sidney, mentre con una terza patria dovrà fare i conti Ali Mumin Ahad che dopo Mogadiscio e Roma va in Australia “a cercare migliore fortuna” proprio nel 2006 mentre questo libro lo impegna a fare i conti con scrittrici e scrittori che, come lui, vengono “dall’ex impero” e perciò hanno appreso la lingua non nella diaspora ma nelle scuole dei Paesi di provenienza. Eppure questa scrittura afro-italiana invece di essere considerata un arricchimento [e magari un utile antidoto contro le rimozioni storiche] è guardata da molti con sospetto esattamente come quella “impura” degli italiani che sono emigrati a milioni.

Se le etichette storico-letterarie sono di per sé ambigue, se perfino le definizioni di esuli, migranti, profughi prestano il fianco a puntualizzazioni o pignolerie, per comodità si può allora parlare di una nuova cultura italiana [ma anche europea] creola – o se preferite: meticcia – che si viene caratterizzando dal rimescolarsi di persone che, per i più diversi motivi, passano le frontiere. Si sconfina in un Paese, in una cultura, in una lingua, in sapori e odori differenti, in diverse gestualità e modi d’amare. Si contamina e si è contaminati. A differenti velocità. Con gusto o magari controvoglia.

Quasi sempre è doloroso e difficile: anche quando si è protetti dallo status di intellettuali e/o il migrare avvenga per scelta, magari in un Paese dove chiusure e razzismi siano superabili, persino quando nel luogo d’arrivo abbondino curiosità, luoghi e occasioni di incontro, pratiche positive.

Gnisci riprende fra l’altro due illuminanti definizioni. La prima dello scrittore italiano [ma emigrato in Inghilterra] Luigi Meneghello che parla del “dispatrio” come di una “condizione eminente” degli esseri umani nel XX secolo. La seconda invece appartiene a Salman Rushdie [da “Patrie immaginarie”]: un vero emigrato “patisce un triplice sconvolgimento: perde il proprio luogo, si immerge in un linguaggio alieno e si trova circondato da individui che posseggono codici e comportamenti sociali molto diversi dai propri, talvolta perfino offensivi”. Un terremoto permanente eppure questa difficoltà-disperazione allo stesso tempo può spalancare possibilità infinite. Più avanti Franca Sinopoli cita Mia Lecomte: “Nella migranza è inserita un doppia componente: al dolore del distacco […] si accompagna spesso la scoperta delle proprie reali potenzialità e la prigione, reale o figurata, viene a coincidere con il luogo d’incontro con il proprio io più profondo, a cui si deve la rinascita di un’energia artistica fino ad allora insospettata”.

Prigione “reale o figurata”. Per meglio chiarire di quali sbarre si stia parlando vale riportare integralmente [come giustamente fa Gianluca Iaconis nella sua sezione sull'”Africa nera oceanica e lontana”] una bellissima poesia di Yogo Ngana Ndjock, camerunese trapiantato a Roma.

“Vivere una sola vita

in una sola città,

in un solo Paese,

in un solo universo,

vivere in un solo mondo è prigione.

Amare un solo amico,

un solo padre,

una sola madre,

una sola famiglia,

amare una sola persona è prigione.

Conoscere una sola lingua,

un solo lavoro,

un solo costume,

una sola civiltà,

conoscere una sola logica è prigione.

Avere un solo corpo,

un solo pensiero,

una sola conoscenza,

un sola essenza,

avere un solo essere è prigione”.

Uscire da tutte le prigioni: sogno antico e sempre nuovo di conoscere l’infinità di universi, racchiusa in questo misero luogo dove ora ci troviamo. “Mondo di mondi”, idea che costò il rogo a Giordano Bruno e che torna oggi nelle parole del sub-comandante “insurgiente” Marcos, come ricorda Gnisci. Un’idea che spaventa chi abbatte ponti e alza muri, chi è ossessionato da radici corte, da deboli culture e da civiltà immaginarie.

“Ogni giorno creo una nuova patria/ in cui muoio e rinasco quando voglio” scrive Gezim Hajdari, albanese per nascita ma dal ’92 in esilio e considerato da molti uno dei più grandi poeti in lingua italiana.

Privilegi e fatiche di essere un intellettuale non fanno dimenticare a Hajdari “voi immigrati che dormite sulla panchina”; anzi “per voi che siete soli e fuggite come me/ scrivo questi versi in italiano e mi tormento in albanese”.

Migranti che scrivono per raccontare la loro esperienza e artisti che fanno della condizione di “senza patria” il cuore delle loro opere: spesso confusi – lamenta Gnisci – da giornalisti e studiosi superficiali, interessati all’esotico.

Come ricorda Julio Monteiro Martins – brasiliano che da tempo anima Sagarana, una scuola di scrittura a Lucca – migranti, viaggiatori, profughi, vagabondi, naufraghi…. sono “figure allo stesso tempo mitologiche e contemporanee” nelle quali “anche l’uomo più immobile” si riconosce a livello inconscio.

Ed ecco nella parte antologica colui che conosciamo come Fernando Magellano, il quale “sottoscrive un contratto con il re di Spagna, Carlo V, per realizzare il proprio progetto di circumnavigare per la prima volta il globo terrestre” ma nel racconto di Martins è lui a spiegarci un’altra trama, un viaggio parallelo:

“E se è vero che ho lasciato me stesso dietro di me questo non mi spaventa perché so che il mondo è una sfera e perciò proprio allontanandomi dal punto di partenza che potrò fare il giro completo che va da me a me stesso”.

Gli esseri umani più immobili e gli altri che sono costretti [o scelgono] di “circumnavigare se stessi” è in questa nuova cultura creola che potranno dialogare. Fare finalmente davvero i conti con gli alieni – razziali, sessuali, etnici, sociali – che potranno e dovranno dire, con Genevieve Makaping,”guardo me che guarda loro che da sempre mi guardano”. Essere spiazzati, rinunciando a credersi immutabili, non comunicanti, sostanzialmente soli. Si può essere esageratamente ottimisti e sentire ovunque gli inviti: “arricchiamoci delle nostre reciproche differenze” [la frase è di Paul Valery]. O temere che sistemi sempre più autoritari tentino di non farci capire: “quando un Paese comincia ad andare contro i suoi valori e le sue leggi, contro la sua immagine più profonda, la prima vittima è la lingua” ricorda David Grossman, citato Da Mia Lecomte. O che più banalmente ma in modo altrettanto autoritario sia la globalizzazione dei mercati a strangolare le lingue, al punto da rendere impossibile quel contatto, ora dolce e ora ruvido [“il linguaggio è una pelle: io sfrego il mio linguaggio contro l’altro” per dirla con Roland Barthes] che potrebbe consentirci di conquistare altri mondi. Di “osare inventare l’avvenire”, come invitava la frase di Thomas Sankara [presidente del Burkina Faso] che nel 2002 è diventata canovaccio e titolo di uno spettacolo teatrale del gruppo meticcio Maschere nere.

“La violenza tecnica e sradicante dei flussi globali e del “produrre per competere” […] e lo spaesamento come condizione di efficienza e rapidità” per dirla con il Marco Revelli di “Oltre il Novecento” che si contrappone alla lentezza e profondità di un’arte che passa le frontiere con “Il bimbo che ascolta l’ululo della conchiglia / non ode nulla e ode tutto / ciò che lo storico non può udire, l’ululo / di tutte le razze che hanno traversato l’acqua [i versi sono di Derek Walcott]. Stiamo parlando della necessità dell’esodo, cioè “oltre la strada che porta fuori” [questo era il significato originario, rammenta Gnisci] nella quale la forza dell’arte tanto più conta quando l’asfissia accompagna la politica e l’economia risponde a poche centinaia di persone [ricordate? “Voi G-8, noi 6 miliardi” era uno degli slogan nella protesta repressa nel 2001 a Genova].

E’ anche in questo respiro lungo, nella capacità di collocarsi in un quadro politico e non solo artistico, l’importanza di questo “Planetario”. Come in tutte le antologie si potrà “pignoleggiare” su alcune scelte e su altre sottovalutazioni [Jadelin Gangbo e Igiaba Scego, tanto per dire due nomi]; oppure ritenere alcune sezioni, come quella musicale, troppo generiche; o contestare che la scrittura dei rom “italiani” sia un po’ artificiosamente collocata accanto ai “continenti asiatici”; ci si potrà persino lamentare che in un solo caso vi sia un attacco diretto – con le parole di fuoco del paraguaiano Molinas Leiva – all’incultura dominante nelle sedicenti elites del Belpaese. Ma al di là delle divergenti opinioni o valutazioni su alcuni aspetti, in ogni caso resta che – dopo tanti libri settoriali – con questo “Nuovo planetario italiano” si ha uno sguardo completo, d’insieme sugli scenari creoli in Italia e in Europa. Con una scelta molto ricca di brani per consentire a chiunque di avvicinarsi anche a scritture che finora il mercato ha tenuto ai margini. Perché qui si fa i conti con un’arte che può legittimamente dire, come l’italo-etiope-eritrea Gabriella Ghermandi: “Siamo storia di storia nella storia. Angoli o centri di trama e ordito nel tessuto del mondo. Nicchie ricavate in intrecci di eventi. Noi siamo nella storia, noi siamo la storia”.