«Bisogna costruire intorno alla ricerca un clima idoneo».

Luigi Ambrosio, delegato alla ricerca della Scuola Normale Superiore, parla della crisi italiana di un settore, quello appunto della ricerca, considerato in altri paesi strategico. L’occasione è la decisione della Normale di destinare le devoluzioni del 5 per mille 2006 alla creazione di due assegni di ricerca, uno per ciascuna Classe accademica.

di Andrea Pantani

Professore, quale valore attribuisce alla scelta della Normale di destinare i ricavati del 5 per mille 2006 al finanziamento di due assegni di ricerca?

Un valore fortemente simbolico, di forte impegno e di speranza per i giovani in un momento nel quale tutte le università italiane soffrono per mancanza di finanziamenti, mancanza che colpisce soprattutto le spese per borse post-doc e per assegni di ricerca. Proprio rispetto ai finanziamenti e al clima generale di investimento sulla ricerca, la disparità tra l’Italia e paesi come Francia, Spagna, Germania è impressionante. Dovunque io vada trovo italiani. Mi trovavo a Granada in questi giorni per tenere un corso: più di un terzo dei partecipanti era italiano, persone che stanno facendo un dottorato o hanno avviato una carriera da ricercatore in Spagna. Una presenza così massiccia si spiega solo con il clima che questi ragazzi percepiscono in Italia, di incertezza sulle carriere da una parte, di esiguità oggettiva del numero di posizioni di ricerca disponibili dall’altra. La scelta di una istituzione come la Scuola Normale fa capire l’importanza di sostenere i giovani nella fase iniziale delle proprie carriere di ricerca.

Ormai da più parti si sente dire che la ricerca rappresenta il futuro di un paese. Ma che cosa vuol dire questo in concreto?

Vede, l’avanzamento tecnologico di un paese si basa essenzialmente sul fatto che esistano gruppi di ricerca, magari anche molto piccoli, che portano avanti ricerche in settori di punta in ambiti come quello fisico, ingegneristico, biomedico. Queste ricerche sono fondamentali se il sistema industriale di un paese vuole competere con il sistema di un altro sul piano dell’innovazione. Un paese, ed è quello che sta avvenendo da noi, può anche scegliere a priori di puntare su produzioni a basso costo e sulla importazione di brevetti, ma è una scelta di corto respiro, che nel giro di una trentina di anni non può che portare a una perdita globale generale.

Come nascono questi piccoli gruppi?

Non certo dal nulla. Sono il prodotto di un terreno fertile intorno ad essi, di un clima generale di supporto al settore della ricerca, e non solo a quella applicata, ma anche a quella cosiddetta di base, che non ha ricadute immediate, ma che è fondamentale. La ricerca è un po’ come un continuum nel quale non si può individuare a priori quella utile e quella inutile, fermo restando che la ricerca di tutti i tipi va rigorosamente valutata, penalizzando da un lato speculazioni oziose, dall’altro sperimentazioni inutili. Va salvaguardato l’ambiente intorno nel suo insieme. Bisogna creare le condizioni di base perché ricerca applicata e di base convivano. Se non ci sono queste condizioni la ricerca muore. Un albero non può crescere da solo in un deserto, ci vuole un humus intorno che ne fertilizzi le radici.

Perché questi discorsi non si capiscono in Italia e sono normali altrove?

Difficile dirlo. Quando vado all’estero nessuno si sogna di mettere in discussione gli investimenti nella ricerca, anche di base. Le faccio un esempio che è quello della matematica, che è in buona parte ricerca di base, anche se non mancano aspetti di ricerca applicata. In Spagna stanno creando in questo momento 4 centri nazionali per la matematica. C’è la percezione che è fondamentale investire in questo settore, che ci saranno ricadute positive a medio e lungo termine. Naturalmente verranno dati particolare input, un centro sarà specializzato più su determinati settori piuttosto che altri. C’è l’idea comunque che la disciplina di per sé vada portata avanti e sviluppata. In Italia non abbiamo nulla di paragonabile in termini quantitativi a questo. Le uniche entità in qualche modo affini sono il Centro di Ricerca Matematica “Ennio De Giorgi”, creato dalla Scuola Normale nel 2002, il CIRM di Trento e l’Istituto Nazionale di Alta Matematica a Roma.

All’estero quali sono le strategie adottate per sviluppare la ricerca?

Esistono diverse formule. In Germania per esempio c’è una competizione tra poli universitari su progetti di ricerca molto ambiziosi, con budget dell’ordine di milioni di euro all’anno. C’è una selezione rigorosa, a livello nazionale, su questi progetti. L’università di Bonn ha avuto recentemente un finanziamento gigantesco grazie a una competizione di questo tipo, che ha anche l’effetto positivo di incoraggiare le collaborazioni all’interno degli atenei. In Italia non c’è nulla di tutto questo ed è molto improbabile imitare il modello, sia sul piano dei fondi disponibili che su quello della mentalità. E’ difficile da noi coniugare i due aspetti: la cultura della valutazione e della competizione e la sensibilità sull’importanza della ricerca di base e applicata. Poi ci sono i tempi infiniti per cambiare il sistema. Il governo che sta per cadere prevedeva un’Agenzia per la valutazione della ricerca, con il meritorio intento di arrivare a un’erogazione più trasparente e meritocratica dei fondi. L’Agenzia diventerebbe attiva però in tre anni. Non si può aspettare così tanto. La gente va via.

Come è considerato dalla Normale il fenomeno della emigrazione di alcuni dei suoi migliori talenti all’estero?

Noi consideriamo un valore aggiunto se un nostro allievo vince una borsa di studio a Boston piuttosto che in California. In questo momento i nostri studenti sono merce di grandissima categoria. Entrano senza nessun problema nelle scuole di dottorato di tutto il mondo, vincono concorsi all’estero, ecc. Però questa emorragia non può continuare per sempre. Se la Scuola produce 10 matematici all’anno non si può pensare che vengano assorbiti tutti alla SNS, a Pisa o in Italia, ma nemmeno che, dopo qualche anno all’estero, nessuno ritorni. E’ questa mancanza di un flusso di rientro a preoccupare, perché alla lunga si tradurrà inevitabilmente in un impoverimento del nostro paese, per esempio nell’ambito della qualità dell’insegnamento e della ricerca in Italia. Prima o poi, semplicemente per ragioni anagrafiche, chi insegnerà e farà ricerca in Italia avrà un’età tropo avanzata. Ci vuole che questo flusso di sola esportazione almeno in parte venga invertito.

Qual è la peculiarità della ricerca alla Scuola?

E’ la precocità del contatto dei nostri ragazzi con la ricerca, una caratteristica che è esattamente il contrario dell’ideologia che sta alla base della riforma dei cicli universitari. Secondo quella formula la laurea triennale deve fornire nozioni di base e poi, per chi è interessato ad approfondire aspetti concettuali ulteriori, ci sarà la laurea specialistica e poi il dottorato. E’ una ideologia devastante. Intanto andrebbe visto quanto questo funziona per recuperare i ragazzi più deboli. Ma è sicuramente deleteria per i ragazzi più bravi. Perché non si può dire a un giovane di 18 anni particolarmente brillante: “adesso ti insegno il calcolo differenziale un po’ alla buona poi ci torniamo meglio su quando avrai 21 anni”. No! Il calcolo differenziale si insegna una volta sola, e si insegna per bene. La Normale espone i ragazzi il più precocemente possibile a esperienze di ricerca e didattica avanzate, e questo vediamo che funziona. Una formula possibile grazie a un corpo docente particolarmente qualificato e alla presenza in loco di laboratori di eccellenza.

Luigi Ambrosio è professore ordinario di Analisi matematica alla Scuola Normale dal 1998. E’ membro del comitato editoriale di “Archive for Rational Mechanics and Analysis”, di “Calculus of Variations and Partial Differential Equations” e del “Journal of the European Mathematical Society”. Tra le pubblicazioni più recenti si ricordano: Transport equation and Cauchy problem for BV vector fields. Inventiones Math. 158 (2004), 227–260; Existence of solutions for a class of hyperbolic systems of conservation laws in several space dimensions. (with C.De Lellis) IMRN, 41 (2003), 2205–2220. Quest’anno terrà una conferenza plenaria al IV convegno Europeo di Matematica, ad Amsterdam.