“Gli storici dell’arte e la peste”. L’attualità di una professione

Gli storici dellarte e la peste Un moderno Decamerone scritto e organizzato da storici dell’arte per una riflessione aggiornata sulla disciplina. Electa per le Belle Arti propone “Gli storici dell’arte e la peste”, a cura di Sandra Pinto e Matteo Lafranconi, uno spaccato accademico e pratico per fare il punto in un settore strategico della cultura italiana.

di Massimiliano Tarantino

Nel libro, storici dell’arte italiani, sollecitati dagli autori in interviste individuali o a piccoli gruppi, ragionano di alcune questioni che, in questo momento e in prospettiva, si presentano come problematiche al massimo grado e investono la disciplina nella sua ontologia.

E la peste? Risiede nella perdita di peso, di autorevolezza, di visibilità, di potere necessari ad affermare i fini della disciplina che sempre più sta interessando le figure di coloro che con coraggio e passione ma anche con pesanti disagi e mortificazioni la professano.

Ripetutamente e in diversi contesti emerge il ruolo strategico e centrale della Scuola Normale Superiore nella formazione, nella ricerca e nella diffusione di un metodo.

Di seguito proponiamo tre estratti dal capitolo “La Normale di Paola Barocchi”, con tre esperienze personali legate all’istituto di Piazza dei Cavalieri.

Fernando Mazzocca

Il momento più alto nella Normale di Paola Barocchi anche per me è stato quello dei seminari sulla storia sociale dell’arte, quando venivano Castelnuovo, Dionisotti e Haskell, l’ultimo grande modello che, accanto a quello della storia dell’arte territoriale, negli anni settanta ha svecchiato la disciplina ed è stato applicato ad alto livello. L’autorità di Castelnuovo è indiscutibile se si pensa che è stato l’ultimo ad avviare una riflessione d’insieme sulla disciplina. Subito a ridosso si colloca invece lo smarrimento di un senso complessivo della storia dell’arte, di un metodo per tener insieme le riflessioni di ciascuno, e le implicazioni di ciò sono andate al di là e ognuna per conto proprio.

Barbara Cinelli

Sempre penso agli anni della Scuola Normale come anni felici nei quali ho sviluppato un senso positivo di appartenenza a un gruppo nel quale ciascuno manteneva la sua fisionomia e non si mescolavano le carte, ma ognuno approfondiva ciò che più gli interessava arricchendo la propria ricerca con le informazioni che poteva scambiare con gli altri. Poi il costante lavoro sui documenti con cui ti familiarizzi, perdendo quel mito sciocco dell’inedito, perché edito o inedito che sia il documento, è la sequenza significativa rispetto al problema che lo rende eloquente, mentre contemporaneamente altri possono trovare conferme su temi diversi e altri obiettivi.

Tomaso Montanari

Credo che il nostro sia un lavoro che s’impara facendolo, non s’impara in astratto; forse non s’insegna nemmeno, ma s’impara vedendolo fare a qualcuno che sa farlo; e io sotto questo profilo non ho avuto naturalmente alcun merito, ma solo la fortuna di trovarmi alla Normale…

La Normale è un posto che, come dice la parola, funziona secondo quello che dovrebbe essere la norma, avendo cioè pochi studenti per professore e coltivando un insegnamento fatto di vicinanza e di lezioni, di cammino comune, di partecipazione alla ricerca vera coltivata da chi insegna, insomma un po’ come andare a bottega.