In memoria di Arnaldo Momigliano. La presentazione di Salvatore Settis

Sabato 18 ottobre si è tenuto alla Scuola Normale Superiore di Pisa il Simposio 2008, il tradizionale convegno che celebra l’anniversario della fondazione della Scuola pisana, nata per “decreto” napoleonico 198 anni fa. La giornata di studi è stata dedicata alla Memoria di Arnaldo Momigliano nel centenario della nascita. A seguire il testo del discorso di introduzione al Simposio del direttore della Scuola, Salvatore Settis.

La Scuola Normale Superiore festeggia oggi il giorno anniversario del decreto napoleonico di fondazione, 18 ottobre 1810, e lo fa con un Simposio di un giorno, che ha anche la funzione di aprire il nuovo anno accademico. E’ un’inaugurazione senza alcuna cerimonialità, ma nel segno della discussione scientifica, come è proprio della nostra tradizione; alla quale pure si riconnette la serata inaugurale dei Concerti della Normale, quest’anno alla 42^ stagione.


Come disse Luigi Russo in questa Sala degli Stemmi nel suo discorso di inaugurazione dell’anno normalistico 1946-47, «le origini della Scuola Normale non sono granducali ma napoleoniche, anzi, per essere più esatti, montagnarde; essa ebbe la nascita negli ordinamenti della Rivoluzione francese, poiché proprio Robespierre nel 1794 fu il fondatore dell’École Normale Supérieure di Parigi; e Napoleone, che aveva accettato o assorbito parecchie delle innovazioni e delle istituzioni rivoluzionarie, ne derivò una succursale a Pisa». A quel decreto imperiale del 1810 risale la prima fondazione della nostra Scuola, che ebbe peraltro allora breve vita e fu chiusa dal restaurato governo granducale, finché Leopoldo II la rifondò in questo Palazzo della Carovana nel 1846. Ma la Normale, grazie a una concessione del Demanio dello Stato, ha recentemente recuperato l’uso della sua prima sede storica, l’antico complesso conventuale di San Silvestro, nel quale abbiamo potuto inaugurare pochi giorni fa (il 9 ottobre) la parte dedicata al Laboratorio NEST per le nanotecnologie.

E’ solo dal 2001 che abbiamo scelto il 18 ottobre come il giorno inaugurale delle attività accademiche della Scuola; e lo abbiamo fatto in vista del 18 ottobre 2010, quando potremo celebrare il 200° anniversario dell’atto di fondazione di questa Scuola. In questi otto anni, le nostre due Classi accademiche (Lettere e Scienze) si sono alternate nello scegliere il tema e i relatori del Simposio del 18 ottobre. In alcuni casi, abbiamo scelto un tema di ricerca praticato nella Scuola: così fu per L’autore multiplo, tema del Simposio 2002; per Il fiorire della scienza nel secolo XVIII (2003), un Simposio che intendeva anche celebrare l’approdo alla scuola dell’importante collezione di libri di storia della meccanica di Clifford III Truesdell; così per Highlights in Nanophysics (2005) e per L’ambiente, il cervello e l’arte (2007). In altri casi, abbiamo invece dedicato il nostro annuale Simposio inaugurale al ricordo e alla celebrazione di grandi figure del passato che furono intimamente associate alla Normale, e di cui ricorreva il centenario della nascita : nel 2001 Enrico Fermi, normalista e Premio Nobel; nel 2004 Delio Cantimori, che nella Normale fu allievo e maestro. Nel 2006, e alla presenza di uno dei normalisti più illustri, Carlo Azeglio Ciampi, abbiamo ricordato l’anniversario del Nobel di un altro allievo di questa Scuola, Giosue Carducci. E’ a questa serie che appartiene il Simposio 2008, dedicato alla Memoria di Arnaldo Momigliano nel centenario della nascita.


Fra le figure di primissimo piano che la Normale ha avuto il privilegio e la fortuna di ospitare fra le sue mura, quella di Arnaldo Momigliano è non solo fra le più influenti e celebrate, ma anche fra le più studiate. Tanta era, infatti, la venerazione di cui era circondato, tanta la forza della sua presenza intellettuale e morale di protagonista, testimone e interprete del suo secolo, che la sua morte nel 1987 subito generò una straordinaria messe di studi e di pubblicazione di inediti, con un flusso che continua ininterrotto fino ad oggi. E che fino ad oggi, per chiunque lo abbia conosciuto, non può che configurarsi come la prosecuzione di un dialogo con lui: tanto era infatti il vigore del suo pensiero, tanto il fascino di una lucidità intellettuale accompagnata alla sua cultura impareggiabile, che la sua scomparsa a 79 anni ci apparve, e ancora ci appare, non solo ingiusta ma precoce. Era perciò impensabile, nel costruire il progetto di questa giornata a lui dedicata, riproporre una valutazione complessiva del suo percorso biografico. E’ per questo che, coi colleghi Carmine Ampolo e Riccardo Di Donato, abbiamo pensato piuttosto di proporvi oggi la trama di un discorso che si muova fra due dimensioni: la rievocazione, affidata a testimoni illustri e a lui cari come Giuseppe Giarrizzo e Glen Bowersock, e alcune dimensioni del suo lavoro interrotto che devono premerci perché particolarmente rappresentative del suo impegno di intellettuale e di cittadino: Carmine Ampolo ci parlerà così di un tema che ebbe per lui importanza centrale, l’assidua riflessione sul rapporto fra studi classici e studi biblici; Antonella Soldani rintraccerà il percorso di un non-finito cantiere sugli Aspetti del giudaismo ellenistico , di cui restano importanti inediti; Riccardo Di Donato, infine, ci offrirà il profilo di un Momigliano scacciato dalla patria dalle infami leggi razziali (delle quali abbiamo in questa Scuola ricordato il 2 ottobre il 70° anniversario), ma in continuo dialogo con l’Italia attraverso Radio Londra nel 1941-45. A ciascuna relazione seguirà una discussione: ai discussants Fulvio Tessitore, Lellia Cracco Ruggini, Adriano Prosperi, Glenn Most, Daniele Menozzi toccherà dunque il compito di ripercorrere, da una prospettiva diversa, le stesse tematiche, arricchendole di nuovi aspetti. Nel ringraziare molto calorosamente tutti gli intervenuti, e specialmente quelli venuti da più lontano, voglio infine ringraziare Claudio Cesa, altro collega di Momigliano in Normale, che presiederà questo Simposio durante il pomeriggio; ma anche ricordare Emilio Gabba, che a Momigliano fu sempre particolarmente vicino: egli avrebbe voluto esser presente fra noi come presidente della sessione mattutina ma purtroppo un problema di salute glielo ha impedito.


A me non resta, nel darvi questo breve saluto, che ricordare assai rapidamente quanto antico e sentito sia stato il legame di Momigliano con la Scuola Normale. Si sa che egli vi fu chiamato nel 1964 e da allora, nonostante mantenesse altri impegni (specialmente a Londra e a Chicago), la sua fu in Normale una presenza estremamente intensa, straordinariamente generosa ed efficace, specialmente per l’apertura intellettuale, il dialogo coi giovani, la continua preoccupazione di una conversazione ricchissima di dottrina, ma anche di curiosità per gli altri e di volontà di capire. Momigliano organizzava in Normale, ogni anno, un seminario di due o tre giorni, nel quale si succedevano sotto la sua sapiente e ferma regia i contributi di studiosi di ogni generazione e di ogni patria, da lui scelti a lavorare intorno a una figura altamente rappresentativa della storia degli studi classici. Egli riservava per sé la lezione iniziale, un’accorta serie d’interventi nella discussione, e finalmente le conclusioni, in cui di solito gettava il seme del prossimo seminario, quello dell’anno successivo. Si snodò così attraverso gli anni una galleria di grandi figure con cui Momigliano confrontava l’esperienza propria, e che invitava i più giovani a intendere e a frequentare: tali furono Wilamowitz, Finley, Weber, Schwartz, Reinhardt, Freeman, Eduard Meyer. Via via divenne abituale che si pubblicasse la serie completa degli interventi, di solito sui nostri Annali , anche se gli Aspetti di Hermann Usener filologo della religione furono pubblicati in volume dall’editore pisano Giardini e gli Aspetti dell’opera di Georges Dumézil nella rivista «Opus». Ma la tradizione riprese subito dopo, con la pubblicazione sugli ASNSPI dei seminari su Karl Ottfried Müller (1984), di quello Tra storiografia romantica e storia antica (1986), e infine di quello su Johann Jakob Bachofen, tenuto alla Scuola nel febbraio 1987 e pubblicato negli Annali un anno dopo la sua morte. Nel discorso conclusivo, Momigliano aveva indicato, come sempre, il tema dell’anno successivo, Felix Jacoby ed Eduard Norden: e mi piace qui ricordare che questo suo progetto incompiuto è stato poi ripreso da Carmine Ampolo, con un seminario poi pubblicato col titolo “alla Momigliano” Aspetti dell’opera di Felix Jacoby (pubblicato nel 2006 dalle Edizioni della Normale).


Più antica del 1964 è tuttavia l’associazione di Momigliano con la nostra Scuola. Già nel 1932 egli pubblicò sui nostri Annali un saggio, La personalità di Caligola, presto seguito dalle ampie Ricerche sull’organizzazione della Giudea sotto il dominio romano (1934) e poi dallo studio sulla koine eirene (1936). Dopo la drammatica cesura del forzato esilio, Momigliano ebbe l’opportunità di tornare in Italia, come professore soprannumerario nella stessa università di Torino dalla quale lo avevano brutalmente scacciato le leggi fasciste sulla “razza”. Come scrive Carlo Dionisotti, egli non si rassegnava a un tal ritorno in sordina, anzi «venendo in Italia aveva contato e sperato di poter ottenere un comando, a Roma o a Pisa, che lo affrancasse dalla condizione di professore soprannumerario». Fu in questo contesto che Benedetto Croce gli offrì la direzione dell’Istituto Italiano di Studi Storici che andava allora fondando; e questa offerta fu appoggiata da Raffaele Mattioli. Nelle belle pagine di Dionisotti si troverà la trama di quel difficile tempo delle scelte, e in particolare la citazione da una lettera di Momigliano a Dionisotti del 4 luglio 1946, in cui egli, nel raccontare dell’offerta di Croce che lo attrae e lo respinge (per ragioni che tra poco vedremo), soggiunge: «…ma non mi sono impegnato. Voglio un po’ parlare a Russo a Firenze e a Delio [Cantimori] a Roma per la Normale, e a De Sanctis per la Scuola di Storia Antica».

Grazie al riordino del nostro archivio storico in corso a cura della dr. Maddalena Taglioli, possiamo dare ora maggior sostanza a quella prima ipotesi di chiamata, o almeno di comando, di Momigliano in Normale. Del 2 novembre di quell’anno 1946 è infatti una lettera di Luigi Russo (allora direttore della Normale) a Momigliano, indirizzatagli assai genericamente “presso Università di Oxford (Inghilterra)”. Eccola:

«Caro Momigliano,

lo scorso estate [sic] mi mandasti una lettera urgente prospettandomi l’eventualità di un comando semestrale presso la Scuola. Poi non ti sei fatto più vivo, ed io ritenni che tu avessi accettato di collaborare con Croce per il suo istituto storico. Ma Croce –che ho visto di recente a Firenze—mi ha detto che anche a lui avevi detto di no. Tu sai quale sia la situazione degli studi di storia antica all’università di Pisa. Io perciò volentieri vedrei la tua presenza alla Normale. C’è una qualche possibilità di riprendere in esame la proposta di questa estate? Bisognerebbe ottenere dal Ministero il comando. Attendo il tuo parere in proposito.»

La risposta di Momigliano meriterebbe di esser letta integralmente, ma mi limiterò ad estrarne qualche passaggio. E’ in una lettera manoscritta su due facciate, conservata essa pure nell’archivio della Scuola, e datata 10 dicembre 1946 da Oxford:

«Caro Russo,

………………………………….

La mia situazione è questa. A un ritorno in Italia si frappongono enormi difficoltà finanziarie, per tacere del resto. Senza casa, senza mobili e senza riserve liquide, non vedo bene come riuscire a trasferirmi. Per questo ho accettato con piacere un invito di qui di far lezione ancora (e anzi più ancora del solito) per quest’anno (1946-47) ……

………io vorrei star qui fino a luglio prossimo e intanto pensare a quello che posso fare per l’anno 1947-48. De Sanctis desidererebbe avermi con lui alla Scuola Storica di Roma con un comando. Io ne sarei ben lieto, ma dubito che // riesca a condurre in porto una riforma della Scuola da cui il mio comando è dipendente. Se De Sanctis fallisce, la Scuola Normale sarebbe sempre la soluzione di gran lunga più attraente. Ma fino alla primavera prossima non credo saprò nulla di preciso. E’ per te troppo tardi? Purtroppo vivo io stesso alla giornata, sebben mi riesca di concentrarmi nel mio lavoro scientifico e portarlo innanzi; e ciò rende spiacevolmente vaghi i miei impegni per il futuro.

Ti aggiungerò che circa l’offerta Croce il mio imbarazzo non era soltanto e prevalentemente pratico. Era chiaro che o diventavo un abate di casa Croce o assumevo statura tale da poter affermare indipendenza di direttive. Entrambi i corni del dilemma erano pericolosi. Per astratta metodologia sono troppo vecchio. Ma di guidare con risolutezza dei giovani al di fuori del mio campo di specifica competenza non me la sento.

…………….

Dell’Italia si sa ancora così poco qui – in specie della vita intellettuale. C’è qualcosa in questi ultimi mesi che valga la pena di farsi arrivare? (….)

Ricordami ai comuni amici della Normale. Con i più cordiali ringraziamenti e saluti, Arnaldo Momigliano».

Troppo lungo sarebbe commentare ogni passo di questa lettera, in particolare confrontandola con quanto da Dionisotti già sapevamo (per esempio, l’espressione “abate di casa Croce” ricorre anche nella citata lettera a Dionisotti). Troppo facile, al contrario, sarebbe sottolineare le ragioni del rifiuto a Croce in quella strettoia fra “astratta metodologia” di storico e piena “indipendenza di direttive” per “guidare con risolutezza dei giovani” nel suo campo di competenza. Croce gli aveva obiettato che «chi comprende una parte della storia è metodologicamente in grado di comprenderne ogni altra», ma tale argomento non bastò a Momigliano per risolversi ad accettare la tanto lusinghiera offerta napoletana. Io non tenterò qui un puntuale commento di questo scambio di lettere tra Russo e Momigliano. Mi basti, nel dare l’avvio ai nostri lavori, aver riportato all’attenzione, con la voce stessa di Arnaldo Momigliano trentottenne, quella sua precoce manifestazione di interesse per la Normale, viatico e preludio della lunga sua sintonia con questa Scuola e i suoi allievi, per la quale gli rendiamo oggi un omaggio di studio e di memoria. La continuazione, così vorremmo che fosse, di un interrotto dialogo con lui.