La musica, il cinema, le emozioni. Un incontro con Dario Marianelli

Dario Marianelli, compositore cinematografico ormai di fama internazionale, sarà in Normale, il 13 febbraio, per il prossimo appuntamento con “I Venerdì del Direttore”. Membro dell’Academy, vincitore dell’Oscar 2008 per la miglior colonna sonora, Marianelli parlerà della propria esperienza artistica.

di Manfred Giampietro

Il primo confronto del musicista con il cinema ha coinciso con il sodalizio con l’irlandese Paddy Breathnach, per il quale ha scritto le musiche di Ailsa (1994) e I went down (1997), fino alla collaborazione con Michael Winterbottom, – Cose di questo mondo (2002), – per poi avvicinarsi al cinema di grande produzione: decisivo qui l’incontro con Terry Gilliam, per il quale realizza il ricchissimo score de I fratelli Grimm e l’incantevole strega, fino al distopico V per vendetta scritto dai fratelli Wachowski.

La prima nomination arriva nel 2006 con le musiche per Orgoglio e pregiudizio di Joe Wright, regista anche di Espiazione, il film tratto dal romanzo di McEwan con cui vince nel 2008, oltre all’Oscar, il Golden Globe e il premio del Gent Film Festival. Ancora frutto della collaborazione con Wright è la partitura composta per The soloist, film che il 20 marzo sarà proiettato anche in Italia.

Marianelli si è cimentato con tutti i tipi di scrittura: “Ho lavorato in teatro per un paio d’anni, e ho un bel ricordo del senso di immediatezza che si prova sul palcoscenico o fra le quinte, quando ogni sera andavo a suonare la mia musica di scena dal vivo, con una manciata di altri musicisti. I problemi della scrittura sono sempre gli stessi, per teatro, o per televisione, o per cinema: superare l’impatto col foglio bianco e pescare idee che funzionano con i personaggi, con la struttura e con il ritmo della storia.” (*)

Di formazione musicale classica, Marianelli conserva, peraltro, con la tradizione musicale e cinematografica italiana un rapporto di grande simpatia e riconoscenza: “Ho un grande affetto verso la musica di Rota e verso la sua sensibilità. La trovo generosa, emotiva. Morricone è diverso: provo piú un senso di gratitudine, per aver rotto delle barriere invisibili, e portato nel cinema un senso di invenzione sonora che ha rivoluzionato la musica da film.” (*)

Il compositore pisano, nella sua prolifica attività creativa, è sempre stato mosso dalla forte esigenza di comunicare in profondità con il proprio pubblico, attraverso un approccio stilisticamente alto ma libero da ammiccamenti intellettualistici, che talora affliggono la musica “colta” contemporanea: “…A dire la verità, non so bene come definire la musica “contemporanea” o “d’avanguardia”. Scritta ora? Ma la musica da film è scritta ora, e quindi contemporanea. Sono concetti vaghi, per me. Bach scriveva musica contemporanea. Ma scriveva anche una cantata alla settimana, almeno per diversi anni, scritta, provata e eseguita fra una domenica e l’altra, e poi messa via: musica per un uso specifico. Non mi stupirebbe se in un futuro non troppo lontano, molta musica scritta per il cinema, cioè per uno scopo specifico, perdesse la sua affiliazione e venisse considerata semplicemente musica, come è successo alla Sagra della Primavera nel caso del balletto.” (*)

E citando l’opinione di Francesco Orlando, per il quale il cinema come forma d’arte popolare è un po’ l’erede dell’opera lirica, la cui decadenza comincia con l’affermarsi di quello, Marianelli riflette su questa eredità: “A volte mi chiedo se Wagner o Puccini si riconoscerebbero di più nei panni di un regista, o in quelli di un compositore, o magari di un produttore cinematografico. Chissà se avrebbero accettato le regole della collaborazione, però. Un film è un po’ come una battaglia, ed è una vera e propria piccola armata che può mettere insieme un oggetto di tale complessità artistica, organizzativa e tecnica… La mia esperienza personale è che la riuscita di un film ha molto a che vedere con l’abilità dei vari “esperti” a collaborare con il regista e ad aiutarlo a creare un intero mondo che sia credibile, che abbia una sua coerenza interna, anche se è ovviamente basato sulla fantasia: un mondo fittizio, ma allo stesso tempo vero in qualche modo. In questo senso il rapporto col regista è sorprendentemente “filosofico”, nel senso che è plasmato da questa ricerca del vero, ed è un rapporto spesso molto intenso e travagliato. Credo di essere stato fortunato con i registi con i quali ho lavorato: con la maggior parte si è trattato di un dialogo, di una ricerca all’interno degli aspetti nascosti, o meno visibili, della storia e dei personaggi, una ricerca del modo di illuminare quello che la macchina da presa non riesce a vedere. Questo rapporto tra la finzione e la realtà, tra il visibile e il nascosto, è uno degli aspetti piú interessanti del mio lavoro, e del potere che la musica ha di aggirare l’aspetto cosciente della percezione, e coinvolgere invece lo spettatore in un’esperienza che va al di là della comprensione razionale della storia. E a volte si stabilisce un dialogo tra compositore e regista che arriva in profondità, alla ricerca del nucleo emotivo del film, una delle parti più intense e soddisfacenti del lavoro di compositore.”(**)

Le citazioni sono tratte da un’intervista (*) rilasciatami nel 2007 e da una relazione (**), dal titolo “Proiettare emozioni”, tenuta a Pisa nel marzo dello stesso anno per la Sezione toscana della Società psicoanalitica italiana.