“La saggezza degli umili”. Alle radici del cinema di Ermanno Olmi.

Esordisce dicendo che non parlerà del suo ultimo film, Cento chiodi, in uscita la sera stessa, ma alla fine racconta come durante le riprese ai cestini della troupe si siano velocemente sostituiti i tavoloni della gente del posto e le ricette locali, eredità della cucina dei Gonzaga. È un particolare emblematico del personaggio Ermanno Olmi, che nello Scompartimento di seconda classe cerca la confidenza fra persone umili che significa innanzitutto fiducia e lealtà, che cita Virgilio e il desco ricoperto di frutti della natura raccolti nell’orto vicino, che invita il pubblico a riflettere sulla necessità di difendere il paesaggio e il territorio.

di Serena Wiedenstritt

La conversazione di Ermanno Olmi alla Normale venerdì 30 marzo si snoda come se si trattasse di quattro chiacchiere in confidenza, niente canovaccio, solo alcune citazioni – o “brandelli di libri” – a portata di mano, niente austerità, tant’è che ad ogni domanda dal pubblico il regista non risponde se non chiamando per nome il ragazzo o il prof che lo interpella.

Olmi arriva a Pisa “stanco del continuo girare e delle interminabili conferenza stampa” a cui lo ha obbligato la promozione del suo ultimo lavoro, ma qualche accenno alle scene della pellicola non lo nega. Ad esempio, la scena in cui il protagonista inchioda i libri colti prima di fuggire viene spiegata come “una tirata d’orecchie ai libri a cui ci si lega quasi come fossero una religione, che bloccano un concetto e trasformano la cultura in uno strumento di dominio sugli altri”. La fuga del protagonista, poi, diviene “l’avvicinamento all’uomo comune, che a differenze del ricco o del colto che suscita riverenza e perfino adulazione, ispira ed offre sincerità e lealtà”.

Alla domanda su chi è Olmi, il regista rivendica la sua scelta di avere abbastanza spazio di libertà per essere quello che si sente di essere. Un scelta, questa, che è stata alla base di ogni sua decisione: dall’abbandono del posto fisso in Edison Volta al restare nella sua terra senza spostarsi nelle capitali del cinema, come Roma o Milano.

Da casa sua alla passione per le rive del Po, gli argini che ha visitato per ambientarci il film e dove si è innamorato della sincerità e dell’accoglienza della gente del posto, il discorso passa velocemente sul paesaggio, sullo stato del pianeta e sulla necessità di rimboccarsi le maniche: per Olmi è fondamentale che siano le persone a difendere la propria casa e il proprio ambiente. “sarete voi toscani un domani a dover rendere conto di come avete trattato la vostra casa” dice Olmi, accennando ad un “mondo torturato” dall’uomo.

BREVI NOTE BIOGRAFICHE

Ermanno Olmi

Nato a Bergamo nel 1931, si trasferisce a Milano per impiegarsi presso la EdisonVolta, in cui organizza il servizio cinematografico dirigendo – tra il 1953 ed il 1961 – una trentina di documentari. Debuttare nel lungometraggio nel 1959, con “Il tempo si è fermato”; un biennio più tardi conquista i favori della critica con “Il posto”, sulle aspirazioni giovanili di alcuni giovani. L’attenzione al quotidiano viene ribadita nel successivo “I fidanzati” (1963).

Del 1977 è “L’albero degli zoccoli” (1977), Palma d’oro al Festival di Cannes. Dell’ 82 è “Cammina cammina”, ove si recupera nel segno dell’allegoria la favola dei Magi; segue una grave malattia, che lo terrà a lungo lontano dagli schermi, ad Asiago. Il rientro avviene nel 1987, con “Lunga vita alla signora!”, premiato a Venezia con il Leone d’argento; l’anno seguente è la volta del Leone d’oro, con “La leggenda del santo bevitore”, lirico adattamento del racconto di Joseph Roth.

“Il mestiere delle armi” (2001) segna il ritorno ai vertici dell’ispirazione: ricostruendo le ultime giornate dell’esistenza del condottiero mercenario del ‘500 Giovanni delle Bande Nere, Olmi firma un’opera intensa ed ispirata, presentata con successo al Festival di Cannes. Il suo ultimo lavoro “Cantando dietro i paraventi” (2003) si basa su una storia vera, estratta dagli archivi di Pechino e già ripresa da Borges. Tra gli ultimi lavori del regista, il mediometraggio sullo scultore Jannis Kounellis, ripreso al lavoro presso la Fondazione Pomodoro di Milano, per spiare dentro il processo creativo di un’opera d’arte. La sua ultima fatica – il regista lo ha presentato come il suo addio al cinema narrativo – uscirà il 30 marzo e ha buone possibilità di partecipare al prossimo festival di Cannes. Il film s’intitola “Cento chiodi” e parla di un uomo che potrebbe essere Cristo.