L’arte dell’encomio tra Cinque e Seicento

Un convegno per scoprire la retorica dell’adulazione in Italia ed Europa a cavallo tra il Sedicesimo e il Diciassettesimo secolo. Si intitola “Forme ed occasioni dell’Encomio tra Cinque e Seicento” il convegno che si terrà alla Scuola Normale da giovedì 15 a sabato 17 novembre nell’Aula Dini, in collaborazione tra Normale ed Université Paris III – Sorbonne Nouvelle. Di seguito le sintesi di alcuni degli interventi italiani.

Alessandro Benassi

Il Diamante, l’Heroe e il Cilindro di Emanuele Tesauro: «imprese laudative» e panegirici GIOVEDI’ 15 NOVEMBRE, ORE 15,30

Il primo volume dei Panegirici di Emanuele Tesauro (Torino, B. Zavatta, 1659) si apre con Il Diamante, L’Heroe e Il Cilindro. Questi tre panegirigi appartengono a sottogeneri differenti: il primo è infatti un «panegirico academico» dedicato a Madama Reale Cristina di Francia, il secondo e il terzo sono «orationi panegiriche» per i funerali, rispettivamente, di Tommaso di Savoia, il 5 febbraio 1656, e di Maurizio di Savoia, il 24 ottobre 1657. Come nell’antiporta del Cannocchiale aristotelico, grazie alle imprese dei principi sabaudi collocate attorno alle figure della Poesia, della Pittura e di Aristotele, così qui offrendo la posizione iniziale a questi panegirici, intitolati dalle imprese dei dedicatari, Emanuele Tesauro sottolinea con forza la presenza dei suoi patroni all’interno dell’opera.

I panegirici non sono legati alle imprese solo dal rinvio del titolo, ma anche da motivi strutturali e tematici più profondi: si presentano infatti come descrizione e commento delle imprese stesse, che funzionano dunque come nuclei inventivi, dispositivi ed elocutivi del discorso.

Fin dalla precoce Idea delle perfette imprese fino alla matura riflessione del Cannocchiale aristotelico, Tesauro, sulla scorta di Aristotele (Retorica, I (A) 9, 1366a 23-1368a 37; e III (G) 16, 1416b 16-1417b 20), a partire dal principio ideale e unificante della dizione arguta, evidenzia la stretta corrispondenza tra il genere laudativo e quello deliberativo per quanto riguarda sia l’argutezza verbale, sotto cui propriamente cadono discorsi e panegirici, sia l’argutezza lapidaria, sotto cui rientrano le imprese.

Questi tre panegirici si offrono dunque, nella prassi retorica alla riprova della teoria enunciata dall’autore, come corpus privilegiato per valutare la concezione del genere epidittico-encomiastico e insieme per indagare il funzionamento discorsivo della sintassi dell’impresa.

Liliana Grassi

Il Doria, overo dell’Oration Panegirica di Ansaldo Cebà e l’encomiastica civile genovese. GIOVEDI’ 15 NOVEMBRE, ORE 16

Gli studi che si sono occupati di Ansaldo Cebà hanno finora considerato solo marginalmente l’impegno dello scrittore genovese nel campo dell’encomiastica, nonostante l’interesse nei confronti del genere abbia accompagnato l’autore per tutta la vita. La riflessione teorica, maturata sia attraverso l’esperienza come insegnante di retorica all’interno dell’Accademia degli Addormentati, sia per mezzo dell’attività pratica, culmina nel 1621 con la pubblicazione di questo dialogo, uno dei pochi trattati seicenteschi dedicati esclusivamente al genere del panegirico. Il Doria appare come l’ultimo capitolo di una polemica sullo stile e sulle finalità del discorso encomiastico iniziata nel 1601 con le lodi di Cebà per l’incoronazione del doge Agostino Doria. Attraverso il dialogo, Cebà individua nell’orazione un’occasione privilegiata per l’intellettuale di intervenire sulla società civile, offrendo allo stesso tempo uno specchio dei cambiamenti in corso all’interno della repubblica genovese nella prima metà del Seicento e mettendo in luce il significato politico di scelte letterarie e stilistiche nella pratica encomiastica.

Carmen Menchini

Immagine del principe e oratoria funebre: il caso dei Medici. VENERDI’ 16 NOVEMBRE, ORE 9,30

Nei due secoli in cui la famiglia Medici resse il principato a Firenze e poi in Toscana, furono composte oltre quattrocento opere di natura encomiastica sui granduchi. In questo insieme composito la morte costituisce un momento topico: la celebrazione del sovrano avviene nella sua forma più completa, ancora prima e ancor più che nella biografia, attraverso l’orazione funebre. A partire dalla morte di Cosimo I (1574) l’orazione funebre diviene uno strumento fondamentale per la riaffermazione dei diritti dinastici e per la divulgazione di contenuti ritenuti indispensabili per sostenere il regime monarchico, instauratosi in un contesto come quello fiorentino dove per secoli il potere era stato gestito da un governo cittadino-repubblicano. L’immagine del sovrano che viene trasmessa da questi testi rappresenta un momento di sintesi elevato, dal quale è possibile trarre informazioni preziose sugli indirizzi politici e culturali della corte medicea. Questa ricerca intende mettere in evidenza l’evoluzione dell’immagine del principe nelle orazioni funebri dei sovrani medicei, nel periodo che va da Cosimo I (1574) a Cosimo II (1621), ponendo in relazione i cambiamenti in corso dal punto di vista formale e la diversa proposizione dei temi ritenuti di volta in volta più funzionali alle esigenze della dinastia nello specifico frangente storico.

Stefano Villani Encomi “Inglesi” di Gregorio Leti

VENERDI’ 16 NOVEMBRE, ORE 11,30

Nel luglio del 1679 Gregorio Leti è costretto a fuggire da Ginevra accusato di essere immorale per la licenziosità dei suoi scritti e di essere una sorta di infiltrato cattolico per una Vita di Filippo II in cui, attingendo a piene mani da testi filospagnoli, aveva inserito alcuni passi antiprotestanti . Recatosi in Francia, Colbert gli propose di ricoprire la carica di «Historico nella Lingua italiana» di Luigi XIV. Leti però rifiutando di convertirsi al cattolicesimo decise invece di andare in Inghilterra dove giunse nell’ottobre del 1680. Vi rimase per più di due anni. Alla fine del dicembre 1682 Leti pubblicò a Londra i due volumi del Teatro Britannico. Per la sua spregiudicatezza nell’esaminare la politica interna inglese e, soprattutto, per aver riportato alcuni pepati pettegolezzi sulla prima moglie del duca di York, l’opera suscitò un tale clamore che l’autore ebbe l’ordine di uscire dalla Gran Bretagna.

Il mio intervento, prendendo le mosse dal soggiorno inglese di Gregorio Leti, esaminerà particolarmente tre opere. Un Panegirico in lode dell’heroiche virtù di Carlo II conservato manoscritto presso la biblioteca dell’Università di Liegi (W. 77; l’Ode funebre sopra la morte di Maria Stuart regina d’Inghilterra del 1695 e Il prodigio della natura, e della gratia, poema heroestorico. Sopra la miracolosa intrapresa d’Inghilterra, del real prencipe d’Orange. Hora monarca della Grande Bretagna, nel fine dell’anno 1688 del 1695. L’esame di queste opere encomiastiche permetterà di indagare la complessa personalità di Gregorio Leti e le sue ambiguità politiche e religiose.

Monica Lupetti

Forme testuali e strategie retoriche di encomio della lingua portoghese nei secoli XVI e XVII VENERDI’ 16 NOVEMBRE, ORE 15,30

Nell’intervento verrà affrontata la problematica dell’elogio della lingua portoghese tra Cinque e Seicento, che fino ad oggi è stata solo parzialmente studiata. Sulla “questione della lingua”, com’è noto, si era dibattuto, e ancora all’epoca si dibatteva, in tutta Europa, ma in Portogallo la querelle presenta aspetti singolari. Ciò accade principalmente perché il portoghese, con l’intento di acquisire autonomia e dignità letterarie, si trova a concorrere, in termini di prestigio, non solo con il latino ma anche con il castigliano, lingua allora comunemente utilizzata anche dagli autori lusitani, e con la quale il portoghese condivide pure intenti “espansionistici”.

L’argomento verrà presentato attraverso l’analisi di un corpus testuale e una riflessione sulle forme di scrittura che meglio si sono prestate ad accogliere questo genere di elogio: si pensi non solo alle grammatiche tout court, ma anche alle ortografie, ai dialoghi o, ancora, ai paratesti che accompagnano opere letterarie stricto sensu. Si esamineranno, al contempo, le strategie retoriche utilizzate per la composizione dell’elogio e si cercherà, da ultimo, di stabilire parallelismi e divergenze con altri casi europei di encomio linguistico, tra cui quello francese e quello italiano – lingue con le quali il portoghese è in competizione ancora una volta in fatto di produzione letteraria – o con il caso catalano, altro idioma che, in più occasioni, si trova a dover fronteggiare l’“offensiva linguistica” castigliana.

Carlo Alberto Girotto

Prassi encomiastica negli scritti paratestuali dei romanzi secenteschi: da una pagina di G.A. Marini VENERDI 16 NOVEMBRE, ORE 16,30

La lettera che apre le Gare dei disperati (Milano 1644) di Giovanni Ambrosio Marini presenta il destro per alcune riflessioni sulle occasioni dell’encomio nella produzione editoriale del Seicento. «Poveri scrittori, a che si espongono!», scrive il Marini, «Lambiccansi a gara il cervello per ritrarne encomi e palme, e ne riportan biasimo e strazi talvolta non meritati»: con queste parole, il romanziere genovese sottolinea l’affannosa attenzione del letterato secentesco verso i giudizi del pubblico. È noto che una strategia per catturare l’interesse di determinati lettori, peraltro messa in atto assai precocemente nel mondo della stampa, è il ricorso a scritti paratestuali, per lo più lettere di dedica, che mutano facilmente in direzione dell’elogio. Focalizzando l’attenzione sulle opere di alcuni romanzieri del ventennio centrale del secolo XVII, è possibile individuare a questo proposito un’ampia e significativa casistica di testi di tal fatta: alla base di ognuno di essi ci sono alcune movenze retoriche comuni, che inducono a riflettere sullo statuto di questi scritti paratestuali. A questa prassi non sfugge, del resto, nemmeno il Marini: nelle pagine che introducono i due romanzi maggiori, il Calloandro (1640-1641, 16412) e le Gare de’ disperati la consuetudine è fattualmente rispettata, e declinata in forme di marcato interesse critico: la consapevolezza del ruolo attivo delle dediche e degli altri scritti paratestuali, insomma, è ben evidente anche al sacerdote genovese.

Nicola Michelassi

Un encomio del melodramma nella Venezia del Seicento VENERDI’ 16 NOVEMBRE, ORE 17

L’intervento prende in esame un libro encomiastico pubblicato a Venezia nel 1644 per i tipi di Surian, a cura dell’accademico Incognito Giulio Strozzi, dal titolo Le glorie della signora Anna Renzi romana. Si tratta di un volume miscellaneo dedicato a una celebre cantante d’opera di quegli anni. Nel dar conto della struttura e del contenuto del libro, si richiamerà il coinvolgimento degli accademici Incogniti nell’ingresso del melodramma nei circuiti del teatro commerciale e si illustreranno le possibili motivazioni che portarono alla pubblicazione dell’encomio dedicato alla Renzi.

Davide Conrieri – Salomé Vuelta

Le Essequie poetiche per Lope de Vega: bilancio e proposte SABATO 17 NOVEMBRE, ORE 10

Nel 1636 uscì a Venezia un volume di scritti in prosa e in verso in onore di Lope de Vega, morto l’anno prima: Essequie poetiche overo Lamento delle Muse Italiane in morte del Sig. Lope De Vega […]. Sulla formazione del volume, sul suo redattore, sull’autenticità dei componimenti in esso contenuti i contributi di ispanisti e italianisti non hanno ancora fatto piena luce.

Nella relazione si riassumerà lo stato della questione, tenendo conto dei vari lavori su di essa non sempre tra di loro “comunicanti”; si indicheranno linee della nostra indagine, ancora in corso; si sottoporranno agli ascoltatori nuovi dati e ipotesi; si proporranno confronti tra le Essequie e una analoga raccolta uscita nel medesimo anno a Madrid, Fama póstuma a la vida y muerte del doctor frey Lope Félix de Vega Carpio […].

Lucinda Spera

Giovan Francesco Loredano e la fabbrica del consenso SABATO 17 NOVEMBRE, ORE 11

L’intervento si propone di delineare modi, temi, forme e contesto di alcuni degli strumenti con cui Loredano, da abile promotore culturale, coopera alla costruzione della propria immagine. L’analisi prende l’avvio da dediche e testi poetici a lui indirizzati – collocati per lo più in posizione paratestuale all’interno dell’eclettica produzione letteraria di taluni degli scrittori che gravitavano intorno all’Accademia degli Incogniti – per poi arrivare a prendere in considerazione le biografie scritte da Gaudenzio Brunacci (1662) e Antonio Lupis (1663).