L’artista a Bisanzio, mero esecutore o spirito libero?

Si è tenuta venerdì 10 ottobre al Pisa Book Festival la presentazione del volume delle Edizioni della Normale, L’artista a Bisanzio e nel mondo cristiano-orientale, Atti del colloquio internazionale, a cura di Michele Bacci. Presenti, oltre al curatore dell’opera, Silvia Ronchey, docente di Civiltà bizantina all’Università di Siena e Marina Falla Castelfranchi, docente di Storia dell’arte paleocristiana e bizantina all’Università del Salento.

Un volume nato da un seminario, che ha dato tante risposte e sollevato altrettante domande. Questo è L’artista a Bisanzio e nel mondo cristiano-orientale, Atti del colloquio internazionale, il libro delle Edizioni della Normale, a cura di Michele Bacci, presentato al Pisa Book Festival 2008. Un’indagine a largo raggio alla figura dell’artista, la cui fisionomia è ancora indefinita. Se in Occidente possiamo affidarci alle testimonianze di Vasari e Ghiberti, nella storiografia orientale non si sono rinvenuti documenti simili, ad illuminare il mistero di chi era l’artista bizantino. Anche da questo nasce l’idea, discussa e ridimensionata durante seminario e presentazione, dell’assenza di personalità dell’artista orientale.

“Un volume che smuove le acque per permettere una migliore focalizzazione dell’artista bizantino, non più solo mero esecutore privo di personalità ed individualità”, così ha definito il libro Marina Falla Castelfranchi, docente di Storia dell’arte paleocristiana e bizantina all’Università del Salento, che ha anche auspicato che gli studi sul tema proseguano con un approfondimento sull’artista orientale in Italia meridionale ed in Georgia, due straordinari bacini di artisti del tempo. Falla ha poi intrapreso l’analisi del rapporto fra committente ed artista, figure diverse e distanti, il primo spesso un “nuovo ricco” non eccessivamente colto ma con ampia disponibilità finanziaria, il secondo un esecutore, praticamente un artigiano. Nel mezzo di questa distanza fra i due attori della creazione artistica, Falla ipotizza la presenza di una terza entità, quella di chi immagina il programma iconografico che verrà realizzato dall’artista. Questa terza entità, che fa da tramite fra committente ed artista, per la docente si configura come vero creatore, senza nulla togliere alla creatività dell’artista, che in alcuni casi si esprime platealmente, attraverso ad esempio la comparsa fra i personaggi di un’opera dello stesso ritratto dell’artista. Ha continuato così l’intervento di Falla, rivelando nuovi particolari dei rapporti culturali fra Italia meridionale e Bisanzio e della ricerca e dello scambio di artisti.

Nell’intervento di Silvia Ronchey, docente di Civiltà bizantina all’Università di Siena, l’attenzione si è spostata sul saggio di Bacci compreso nel volume e, sempre prendendo spunto dallo stereotipo del soffocamento dell’arte e dell’artista bizantino, la cui personalità non deve trasparire né affermarsi in nessuno modo nella sua opera, la storica è passata ad analizzare la figura dell’artista nella storia di Bisanzio. Cosa pensavano e come si collocavano quindi gli artisti e soprattutto come si relazionavano all’immagine e alla figura in un mondo in cui questa era in conflitto con il credo religioso, si è chiesta Silvia Ronchey. La risposta è arrivata attraverso l’analisi del rapporto degli artisti con le eresie e con l’affermazione del sincretismo.

(serena wiedenstritt)