L’importanza della storia collettiva

Rahel varnhagen Francesco Picchi, perfezionando di Storia della filosofia alla Normale, esplora il significato di “Rahel Varnhagen. Storia di una donna ebrea”, di Hannah Arendt. L’esistenza individuale si realizza solo attraverso la partecipazione alla vita di un popolo.

di Francesco Picchi

Hannah Arendt è conosciuta principalmente come pensatrice politica, come l’autrice che in Le origini del totalitarismo ha indagato gli elementi dei regimi totalitari, come la scrittrice che ha avanzato la tesi della banalità del male nel resoconto del processo ad Adolf Eichmann, come l’allieva di Heidegger che ha ripensato l’eredità del maestro e che in Vita activa ha sottolineato il significato libertario dell’azione nella sfera pubblica. È nota inoltre per la sua esaltazione di un potere politico animato dalla pluralità e ispirato al modello di democrazia diretta della polis greca, nonché per la sua tendenza a schierarsi su posizioni estremamente controverse, motivo di aspre e prolungate polemiche, come quella celebre sul caso Eichmann o quella sull’integrazione razziale nelle scuole americane. Cresciuta intellettualmente con gli strumenti di una formazione teologica e soprattutto filosofica che ha avuto i suoi punti di riferimento principali in Heidegger e Jaspers, si è poi distanziata dalla filosofia per darsi prima all’attività a sostegno del popolo ebraico e in seguito alla teoria politica, occupandosi dei temi più disparati, da quelli legati all’attualità agli esercizi di pensiero di portata più ampia.

Ai margini di questi aspetti di maggiore impatto e della connotazione espressamente politica del pensiero arendtiano si colloca la biografia di Rahel Varnhagen, scritta da Arendt in gioventù, completata quasi nella sua interezza agli inizi degli anni trenta, conclusa poi nel 1938 durante l’esilio parigino e pubblicata solo una ventina d’anni dopo sia nella versione tedesca originale che in traduzione inglese. Si tratta di un testo singolare, costruito come un montaggio di citazioni dalle lettere di Rahel Levin Varnhagen, sorretto al contempo da un tale livello di astrazione rispetto alla serie dei riferimenti biografici da assomigliare più ad un saggio esemplificato a partire da una storia personale che ad una biografia vera e propria. Un libro tanto ostico nello stile quanto affascinante, capace di ricordare l’andamento concettuale impervio di alcune opere di Walter Benjamin, che tra l’altro aveva letto con entusiasmo questo scritto e aveva insistito con Hannah Arendt perché lo portasse a termine. È un’opera che rispetto alla teoria politica arendtiana degli anni cinquanta e sessanta lascia trasparire un’immagine di Arendt alquanto divergente, legata ad una fase precoce della sua riflessione, in cui il suo pensiero si esprime come meditazione sulla storia collettiva e sulla tradizione, nella formulazione di un ideale della cultura e della civiltà umana.

Nella biografia di Rahel Varnhagen Arendt ripercorre la vita di un’ebrea tedesca vissuta nell’epoca del romanticismo facendone un modello della struttura della vita. Questo è possibile in primo luogo per la peculiarità e l’originalità della storia di Rahel Levin, divenuta Rahel Antonie Friederike Robert dopo il battesimo, poi coniuge di Karl August Varnhagen von Ense, una donna che secondo il ritratto arendtiano è stata costantemente protesa all’affermazione in società, incapace tuttavia di conseguirla fino in fondo per la propria riluttanza ad accettare il sacrificio dell’identità e dell’integrità individuale. Ma è possibile anche perché Hannah Arendt si ispira alla critica sionista all’assimilazione e ne trae una visione complessiva sulla differenza umana, sull’importanza della cultura e della storia collettiva, sulle condizioni di esistenza degli emarginati e dei popoli oppressi. L’ebraismo assimilato acquisisce così una sorta di valore paradigmatico.

Hannah Arendt mostra che per gli ebrei tedeschi dell’epoca di Rahel Varnhagen assimilarsi al mondo europeo significa incarnare l’uomo generico dell’illuminismo, privo non solo di appartenenze specifiche, ma anche di relazioni con il proprio popolo e con la relativa storia. La liberazione dai vincoli di ogni retaggio storico che questa operazione porta con sé è solo illusoria. Sprovvista di ogni determinatezza derivante dall’intersoggettività e dalla condivisione di realtà comuni, la vita individuale rimane imprigionata e abbandonata nella sua singolarità, incapace di sviluppare e comprendere esperienze sensate, racchiusa nella sua durata limitata e insufficiente a se stessa finché non si trova inserita in un mondo storico di cultura. Occorre precisare che in Arendt non c’è alcuna retorica delle radici; l’assimilazione è vista negativamente non perché rompa il vincolo con l’ebraismo, ma perché abbinata ad un’incompiuta emancipazione politica e ad un persistente antisemitismo sociale fa tabula rasa di ogni spazio del mondo civile cui un ebreo potrebbe legarsi, impedisce cioè al singolo sia un rapporto libero e consapevole con il proprio ambito di provenienza sia una reale integrazione in altri contesti. Per questo l’assimilazione illuministica è equiparata da Arendt ad una perdita della storia collettiva tout court, ad una sorta di paradossale regresso alla stato di natura in cui gli individui sono isolati e sottratti alle condizioni della vita civile all’interno di un popolo, pur trovandosi nel bel mezzo dell’Europa civilizzata.

L’esistenza individuale può dispiegare la sua umanità solo attraverso la partecipazione paritaria alla storia di un popolo, al di là di qualsiasi posizione di eccezione o di privilegio. La storia collettiva viene vista come forma umanizzata di cultura e mediazione necessaria a realizzare quella condizione imprescindibile, ripensata da Arendt a partire dal contatto con il sionismo, che consiste nella possibilità apparentemente ovvia di condurre un’esistenza “normale” entro un’umanità comune e condivisa. Quest’idea guida, ripetuta da Hannah Arendt anche in alcune osservazioni sul Castello di Kafka, è il fulcro di una riflessione critica che investe anche gli atteggiamenti e i punti di vista di coloro che si trovano a subire una forma di emarginazione. La reazione all’ingiustizia e alla discriminazione è futile se pretende di fare appello alla superiorità o ad un primato di unicità degli esclusi. Hannah Arendt ripete di aver appreso dal sionismo che quando si è attaccati come ebrei ci si deve difendere proprio in quanto tali e non come semplici esseri umani. Una specificità presa di mira e marginalizzata non dovrebbe essere trasformata da chi è attaccato in una prerogativa eccezionale estranea al resto del mondo, neppure in quella di un’astratta condizione umana universale, ma dovrebbe essere ribadita nell’appartenenza a quella pluralità di differenze concrete che costituisce la norma, essendo tenuta insieme da un tessuto di rapporti.

A partire dalla constatazione che essere perseguitati non è un merito e che neppure le possibilità d’esistenza più ovvie possono maturare su un terreno di totale estraneità, Hannah Arendt mostra come la vita di Rahel Varnhagen inizi a migliorare quando cade in lei la fierezza dell’interiorità e il senso di superiorità sul mondo circostante. Si apre l’occasione di instaurare relazioni, di sviluppare una cultura che muove dall’integrazione nella lingua e nella ragionevolezza dei rapporti umani e procede verso la solidarietà con gli oppressi, rendendo possibile la confluenza della storia personale in quella collettiva. Al contrario, dove una determinatezza individuale o di gruppo risponde alla discriminazione rinunciando ad inserirsi in una dimensione intersoggettiva, si riduce ad alterità e si condanna ad esaurirsi nel suo stesso isolamento.

Nonostante Hannah Arendt dopo gli anni trenta sviluppi il suo pensiero in direzioni diverse da quelle presenti nella biografia di Rahel Varnhagen, assumendo inoltre un atteggiamento sempre più critico verso il sionismo, i principi e le intuizioni fondamentali di quest’opera non scompaiono. La teoria e il linguaggio categoriale di impronta politica che caratterizzano gli scritti arendtiani della maturità sono per lo più assenti nella biografia, ma la riflessione che vi è contenuta condensa un’enorme riserva di significato sui temi cruciali che orientano la filosofia politica.