Quelle vie della libertà che partivano da piazza dei Cavalieri

Le vie della libertà passano per le scritte sui muri il giorno in cui l’Italia entra in guerra e la Marsigliese cantata nel refettorio del collegio. Le vie della libertà sono quelle che collegano piazza dei Cavalieri con i lungarni pisani, dove passeggiavano, parlavano, si confrontavano i futuri padri dell’antifascismo.

di Serena Wiedenstritt

Erano gli anni fra il 1939 e il 1941, fra gli altri a Pisa c’erano Aldo Corasaniti, Giuliano Lenci, Raimondo Ricci (nella foto) ed Emilio Rosini: i discepoli. Ma c’erano anche i maestri: Guido Calogero e Aldo Capitini. Riuniti nella sala degli Stemmi della Scuola Normale di Pisa per il convegno Le vie della Libertà del 28 settembre, i normalisti raccontano quei due anni, dal 1939 al 1941, dalla loro ammissione alla loro chiamata in guerra – e qui si apre il non meno interessante capitolo del volontarismo e dei suoi tanti significati – con toni che vanno dalla commozione alla forza di convinzioni ancora vivaci e di posizioni ancora militanti.

Così la voce di Aldo Corasaniti, assente fisicamente ma più che presente nelle parole che affida ad una lettera in cui racconta la sua esperienza e ne trae le sue regole di comportamento per i giovani di oggi. I suoi suggerimenti, infatti, non sono separati dalla sua storia, che va dal racconto della marsigliese cantata a gran voce dai giovani antifascisti agli infiniti, ma corretti e leali, dibattiti che opponevano chi appoggiava e chi criticava Mussolini. La Normale non è stata mai teatro di aggressioni, rassicura Corasaniti – forse perché considerata popolata di “sapienti politicamente innocui”? – è sempre stata piuttosto “un tempio della religione dell’impegno civile”. Ed eccoli i consigli ai normalisti di oggi e di domani: la ricerca non deve essere brama di risultati per chi la compie, ma deve essere fine a se stessa, non deve generare ansia di scoperta, ma deve essere dedizione all’oggetto; non si deve mai rinunciare alla solitudine della cameretta/laboratorio, che deve essere comunque affiancata alle frequentazioni esterne, inesauribili fonti di confronto; il sano principio di elitarietà deve servire non ad isolarsi ma ad elevare gli altri; l’esperienza universitaria, e quella della Scuola in particolare, deve servire ad acquisire parametri di valutazione e regole di condotta.

Per Giuliano Lenci, invece, il tratto distintivo che segna chi è passato dalla Scuola è la serietà, come categoria morale, che non riguarda solo chi l’ha frequentata nei duri anni del fascismo e della guerra, ma dovrebbe contraddistinguere anche chi ci studia oggi. E nel cammino a ritroso, nei ricordi del “laboratorio pisano”, l’esperienza di Lenci nel collegio medico si nutre di incontri altrimenti improbabili, ad esempio dei contatti con i compagni che venivano dalle zone del triestino ed che avevano provato sulla propria pelle le soluzioni fasciste ai problemi dei territori di confine.

Quando prende la parola il senatore Raimondo Ricci (nella foto)emozioni e ricordi risalgono fino all’infanzia, alle radici dell’attuale direttore dell’Istituto Ligure per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Genova. Ricci, classe 1921, viene da una famiglia “indifferente” al fascismo e si forma all’antifascismo nel laboratorio pisano, sulle idee ed i testi, altrove proibiti, di Calogero e Capitini, sui colloqui con Natta, per arrivare alla lotta partigiana sulla Alpi liguri, che gli costò la prigione italiana poi quella delle SS fino alla scampata fucilazione ed al campo di Mathausen. Ma alla fine della guerra Ricci torna a Pisa, nel 1946 torna è di nuovo al collegio Mussolini: è quello il periodo della lotta per il ritorno alla normalità, studiando giorno e notte e dando un esame ogni due settimane fino alla laurea. Terminata l’università, l’antifascismo maturato fin dalle discussioni da piazza dei Cavalieri alle spallette dell’Arno si materializza nell’iscrizione al partito comunista e nell’invito, che risuona forte in piazza dei Cavalieri, a conservare una memoria attiva che non si stanchi di passare da una generazione all’altra.

Stessa generazione, stesso anno, stessa classe, è più commossa la testimonianza di Emilio Rosini, oggi come ieri seduto accanto al compagno Ricci. Anche lui ammesso alla Scuola nel 1939 e già fuori nel 1941 per essere arruolato nell’accademia navale e partire per la guerra, ricorda che inizialmente provava un disgusto istintivo per il fascismo, per i suoi tratti volgari e per le leggi razziali, che ad esempio, allontanarono Foà dalla scuola. Ma furono le frequentazioni del personaggio e delle lezioni – “che si andavano a cercare altrove” – del maestro Guido Calogero, a tramutare questi sentimenti in vero attivo antifascismo. Un episodio che Rosini ama raccontare e che rende conto dall’aria che si respirava nel laboratorio pisano a cavallo fra gli anni Trenta Quaranta ha per protagonista un giovane comunista al confino che, tornato a Pisa per dare un esame, a pochi passi dall’agente che lo sorvegliava, diffondeva le sue idee nel cortile della Sapienza. E come era tollerante l’agente distratto che permetteva questo colloquio, così era Giovanni Gentile, nei ricordi di Rosini: un direttore che ha permesso all’antifascismo di crescere nelle aule e nei corridoi della sua Scuola.

In chiusura del convegno (nella foto l’ideatore del convegno, lo storico e docente della Normale Daniele Menozzi) nascono e si alternano domande che rimandano più a fatti personali, ricordi di amicizie e di compagni,di chiacchierate e di persone che non ci sono più. Mentre il privato diventa pubblico vengono alla luce due spunti, due esigenze di approfondimento su due temi importanti: una sulla figura di Gentile, l’altra sulle diverse anime del volontarismo. E l’appuntamento con la storia recente e le radici di quella attuale è per il prossimo convegno.