Renato Nisticò-L’Arcavcante, storia di anarchici, lupi e ragazzi.


Ed.Mobydick, pp.256

Incontriamo Renato Nisticò, direttore del settore letterario della Biblioteca della Scuola Normale, a proposito del suo ultimo libro, L’Arcavacante, storia di anarchici, lupi e ragazzi, pubblicatonell’Ottobre 2006.

di Biagio Santorelli

Ci accoglie nel suo ufficio, tra gli scaffali della biblioteca e l’odore di libri antichi, e ci parla della sua storia di scrittore, dei suoi ricordi di studente, dei motivi che lo hanno spinto a metterli su carta e farne un romanzo. «L’Arcavacante era stato scritto già tra 1979-1980, più volte rivisto ma mai pubblicato prima, perché gli argomenti di cui tratta sembravano ormai poco interessanti, quasi passati di moda. Negli ultimi anni, poi, una serie di uscite editoriali e cinematografiche – si pensi ad esempio ai film La meglio gioventù di Giordana o Buongiorno notte di Bellocchio – hanno portato ad una riscoperta degli anni Settanta e ad una nuova riflessione sulle ben note vicende terroristiche di quel periodo; ma trovo insoddisfacente l’interpretazione, fin troppo allineata con l’ideologia di oggi, che fa del terrorismo un esito inevitabile della politica di sinistra di quegli anni».

Una reazione, quindi, a letture pregiudiziali degli avvenimenti di questo periodo storico?

«Pubblicando L’Arcavacante credevo che potesse essere interessante presentare un romanzo scritto in quegli stessi anni, facendo rivivere l’aria di sconfitta che poteva respirare una matricola appena arrivata all’università, lasciando il liceo e, con esso, i sogni politici che aveva nutrito fino a quel momento».

Che peso ha dunque nel suo libro la componente autobiografica?

«Gli avvenimenti narrati sono quasi interamente realmente accaduti, e la mia stessa autobiografia si ritrova smontata e distribuita tra i vari personaggi che vi compaiono. Tutti i fatti sono stati ovviamente deformati in chiave satirica, per renderne impossibile l’identificazione. Un intero capitolo, ad esempio, è stato dedicato alla figura di un ispettore, qui chiamato Pancia, che interroga tale Aurelio lo Squisito: sotto il velo dell’allusione si cela l’episodio, realmente accaduto, dell’intervista di Giorgio Bocca – inviato de La Repubblica – al fratello del prof. Piperno, docente del nostro campus».

E degli anni ad Arcavàcata, quali ricordi conserva?

«Ad Arcavacàta si aveva l’orgoglio di essere il primo campus fondato in Italia sul modello anglo-americano, oltre ad essere la prima università calabrese, e di partecipare a quell’incredibile rivoluzione che avrebbe proiettato l’Italia contadina verso l’esplosione del terziario. Nonostante ciò, l’atmosfera che si viveva aveva il sapore della sconfitta, dato che si vedevano tutti gli sforzi di tante lotte politiche sfociare incontrollabilmente nel terrorismo. Per lungo tempo, poi, si pensò che ad Arcavacàta si nascondessero i responsabili del sequestro-Moro: arrivò la polizia, cominciarono gli arresti, si gridò che il campus, covo di terroristi, andava chiuso. Ma finalmente si mise in moto la reazione degli studenti, il campus restò aperto. La mia personale reazione fu, appunto, scrivere questo libro, in cui raccontare quegli anni guardandoli dall’interno».

Cosa ne è stato poi del campus di Arcavacàta? Come uscì da quelle vicende?

«Tornai ad Arcavacàta come dottorando, e trovai un’università in pieno rilancio. Agli inizi si trattava di un pugno di edifici raccolti attorno al Polifunzionale, che accoglieva in sé tutti i dipartimenti, circondato dalle campagne del cosentino: un polo di aggregazione non solo didattica, ma soprattutto umano, che furono proprio le lotte dei primi studenti a difendere e rilanciare. Oggi quella stessa università, nata in una situazione di semi-isolamento, senza docenti propri e lontana dalla vita della città, ha formato una sua generazione di insegnanti, si è espansa notevolmente e si è aperta alla rivoluzione informatica».

Capita spesso, parlando con chi ha vissuto e combattuto negli ‘anni di piombo’, di raccogliere espressioni di rimpianto e di delusione, come se quei sogni e quelle lotte avessero prodotto un futuro non all’altezza delle aspettative originali. E’ lo stesso messaggio che traspare dal suo romanzo?

«In occasione della lettura del mio romanzo dopo venticinque anni, mi ha chiamato un mio vecchio amico di studi e lotte politiche. L’impressione comune ad entrambi è stata quella di essere ancora, come tanti anni fa, una minoranza perdente. Con la differenza che allora non ci si rendeva conto del grande lavoro che, mentre noi lottavamo, avevano già compiuto i nostri fratelli maggiori. Sono d’accordo con Pasolini -che però vedeva tutto ciò con occhi da conservatore- nel dire che negli anni Settanta si ebbe un’incredibile evoluzione antropologica: si chiudeva con il passato contadino e fin troppo vincolato ai dettami della Chiesa, si entrava nell’epoca della libertà personale, sessuale, ideologica. Inevitabile, però, il rimpianto: le cose potevano indubbiamente andare in modo diverso, senza l’appendice del terrorismo, probabilmente, la nostra società non avrebbe prodotto fenomeni come Craxi e Berlusconi».

Un’ultima curiosità: nel sottotitolo del suo romanzo, accanto ad anarchici e ragazzi, troviamo citati dei lupi…

«Giusta osservazione, con la quale arriviamo ad un’altra delle ragioni che mi hanno spinto a pubblicare L’Arcavacante: Il disaccordo con la letteratura moderna, troppo facile ed immediata, senza filtri tra chi scrive e chi legge. Credo di poter dire che il vero protagonista del romanzo sia proprio lo stile, quello stile barocco e impressionistico dietro il quale mi nascondevo da giovane. Che irrompe sulla scena come fa improvvisamente un licantropo, che crea scompiglio devastando ed incendiando e che tutti cominciano a ricercare, interrogandosi sui motivi che possono averlo portato fin lì: dietro tutto ciò non sarà difficile riconoscere una metafora del terrorismo stesso. E la scelta dell’animale è legata alle tradizioni locali, per cui il lupo è genius loci, animale totem. Tutto ciò si ripresenterà nel finale, sotto forma di rito propiziatorio, che sotto l’ironia della metafora nasconde una sottile amarezza».

Renato Nisticò è stato prima studente poi dottorando nel campus di Arcavàcata.

Lavora in una prestigiosa università italiana.

Ha scritto libri e saggi di vario genere, poesia (Regno mobile, presso Mobydick, è del 2001) e collabora a giornali e riviste.