Stephan Genz, Emanuele Arciuli e la musica d’America. Lezione e concerto, martedì 17 e mercoledì 18 gennaio

“La scoperta dell’America”, si intitola così il doppio appuntamento, una lezione e un concerto, dedicato al racconto della musica dei “nativi” americani, ovvero dei compositori nati tra Ottocento e Novecento in America.  A raccontare questo viaggio sarà Emanuele Arciuli, in una lezione nell’Aula Bianchi della Normale, alle ore 21 di martedì 17 gennaio. Il giorno successivo, mercoledì 18 gennaio, ancora Arciuli al pianoforte e il baritono Stephan Genz saranno al Teatro Verdi di Pisa, alle ore 21, per un concerto sui Songs e la Concord Sonata di Charles Ives.

Si può raccontare la musica? Forse non si può capire la struttura formale di una partitura senza ricorrere ad una terminologia musicale, e nemmeno si può spiegare una modulazione senza ricorrere ad un linguaggio tecnico, ma il senso, la funzione, anche l’emozione (fosse anche meramente intellettuale) di quella struttura formale o di quel processo armonico modulante, sì, tutto ciò si può raccontare. E, nel caso della musica americana, il racconto non può prescindere dal viaggio, è un racconto di viaggio. Perchè non c’è cultura altrettanto radicata nel proprio paesaggio, non c’è produzione artistica più strettamente connessa al proprio Landscape. Impossibile pensare alle colate laviche di energia purissima di John Luther Adams senza immaginare le distese infinite – e ghiacciate – del suo Alaska, quasi che la musica servisse a scardinare gli iceberg e, assieme, a spiegarci il mistero degli opposti. Impossibile ascoltare Ives senza pensare a Concord, nel Massachusetts; o spiegare il contrappunto iperbolico, intriso di rigore ma anche di poesia, di Elliott Carter, senza andare con la mente alla metropolitana di New York, all’Upper West Side brulicante di umanità. Ma l’America del Nord è anche altro, per esempio la storia di un popolo indigeno, diviso in centinaia di tribù, che nella seconda metà dell’Ottocento fu sterminato senza pietà. Non tutti sanno che quel popolo sta risorgendo, che – anche sul piano demografico – i nativi americani hanno ripreso un cammino, e che questo percorso (ancora un viaggio!) avviene all’insegna della bellezza. Walk in Beauty non è solo il titolo di un ciclo pianistico di Peter Garland ispirato ai paesaggi del Southwest, ma anche un detto Navajo che sembra, oggi più che mai, l’epigrafe della nascente musica “colta” dei nativi americani. Dalla cultura dei Native Americans alla musica d’oggi, attraverso le intuizioni, sconcertanti e geniali, di Charles Ives, il padre fondatore della musica americana, il primo compositore statunitense a scrivere una musica che non solo rigetta qualunque epigonismo, ma si pone come “big bang”, da cui discenderà gran parte della produzione a stelle e strisce.

Emanuele Arciuli si è imposto come una delle voci più originali e interessanti della nuova scena concertistica. Il suo repertorio spazia da Bach alla musica d’oggi, di cui – con speciale riferimento agli Stati Uniti – è considerato uno dei più convincenti interpreti dagli stessi compositori, con molti dei quali ha stabilito un proficuo rapporto di stima e collaborazione.

Fra i compositori che hanno scritto per lui compaiono Michael Nyman, George Crumb, Lorenzo Ferrero, Filippo Del Corno, Michele Dall’Ongaro, Carlo Boccadoro, Brent Michael Davids e Louis W. Ballard.

Il suo interesse per la cultura degli indiani d’America, inoltre, ha ispirato uno speciale progetto che vede impegnati i maggiori compositori nativi (Davids, Quincy, Croall, Chacon) in brani pianistici a lui dedicati.

Stephan Genz è nato a Erfurt nel 1973 ed ha fatto parte del Coro di voci bianche della chiesa di St.Thomas di Lipsia. A Lipsia ha portato a termine i suoi studi musicali e ha in seguito frequentato i corsi di Mitsuko Shirai, Hartmut Höll, Elisabeth Schwarzkopf e Dietrich Fischer-Dieskau.

Nel 1994 ha vinto il primo premio al Concorso Internazionale Johannes Brahms ad Amburgo e il secondo premio al Concorso Internazionale Hugo Wolf a Stuttgart. In occasione del suo debutto alla Wigmore Hall di Londra, dove ha cantato, a soli 23 anni, Lieder di Schumann e Wolf, si è affermato come la più promettente voce della nuova generazione di baritoni, arrivando a competere con i più celebri nomi del panorama liederistico e concertistico internazionale degli ultimi anni.