Tagli all’università e alla ricerca. Settis al fianco di Mussi

In una intervista a Repubblica Radio Tv il direttore della Scuola Normale Superiore, Salvatore Settis, si schiera con il ministro Fabio Mussi, che critica i tagli della finanziaria 2007 al mondo dell’Università e della ricerca. Di seguito la trascrizione integrale dell’intervento di Settis, intervistato da Paolo Garimberti.

Ritiene che questa finanziaria sia deludente per l’università e la ricerca?

Condivido pienamente quello che ha dichiarato il ministro Mussi: il problema è che, quando si fanno tagli su una voce di bilancio in cui l’Italia è già straordinariamente indietro, i tagli non sono sani, ma profondamente malsani. Noi siamo indietro non soltanto rispetto a quello che vorrebbe l’Agenda di Lisbona (che prevedeva un 3% di spese rispetto al PIL da parte di ogni Paese), ma siamo molto indietro rispetto a tutti gli altri paesi europei: spendiamo meno di metà in percentuale rispetto al nostro PIL della Francia, meno di un terzo della Finlandia, quindi noi siamo molto indietro. Il Centrosinistra ha fatto una campagna contro il Centrodestra anche dicendo che erano stati fatti pesanti tagli in questa materia, e ora li fa anche lei. E’ un errore politico madornale, che parte dall’idea che gli investimenti in cultura, in ricerca e in Università siano un lusso. E invece sono un investimento, creano il futuro del Paese; tagliando i fondi si possono bloccare processi che poi ci vorranno decenni per riprendere. Quindi io spero ancora che questo errore possa essere corretto.

Ma come pensate di organizzarvi sul piano del reclutamento dei fondi, a questo punto?

Le singole università stanno facendo il massimo sforzo per ottenere fondi da qualche altra provenienza: fondi europei, fondi di ricerca europei, fondi che vengano da fondazioni private o da collette di ricerca. Alcune università hanno più successo, altre ne hanno meno, e continueremo a farlo, ed è sano farlo. Però, per potere avere anche questi fondi bisogna produrre progettualità di idee, capacità di fare ricerche, capacità di attrarre cervelli. E per fare tutto questo occorre un finanziamento di base, che non può che venire, dato il sistema italiano, per la grandissima parte delle università (che sono pubbliche) dal finanziamento dello Stato.

Direttore, ma è solo una questione di soldi? Perché spesso sentiamo dire che il problema delle università italiane è un problema di mentalità, di un sistema quasi baronale che premia soltanto, diciamo, le personalità consolidate, c’è difficoltà di inserimento per i giovani: quindi, al di là delle accuse ai governi vari che si sono alternati di scarsa sensibilità nei confronti della ricerca, c’è un mea culpa da fare da parte dell’università?

C’è un mea culpa gigantesca da parte delle Università. Questo evidentemente non ha relazione col problema dei fondi, perché non è che se ci fossero più fondi l’Università avrebbe un migliore sistema di concorsi. Il sistema di concorsi italiano è il peggiore d’Europa, è basato su un clientelismo locale, le carriere sono fatte tutte, prevalentemente (per il 90%, non so definire) sul posto, sono legate a un clientelismo legato alle grandi cattedre e alle grandi baronie universitarie, e normalmente non premiano la qualità ma premiano le appartenenze.

Ma come si può rompere questo sistema?

Bisogna modificare radicalmente il sistema concorsuale italiano adeguandolo ai migliori sistemi europei. È una cosa che nessuno vuol fare, si sono fatti tanti tentativi di riforma nelle ultime due legislature, speriamo che questa legislatura sia quella in cui qualche tentativo, qualche nuovo tentativo venga fatto, allineando l’Italia ai sistemi europei. Il problema del rientro della fuga dei cervelli rientra in questo contesto, perché se un certo numero di italiani va a lavorare all’estero, non ci sarebbe niente di male: il problema è che per mille italiani che vanno all’estero sono solo dieci o quindici gli stranieri che vengono a lavorare in Italia. In un Paese come il Regno Unito di Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord, la situazione è molto, molto diversa: c’è un numero di persone che emigrano e un numero più o meno pari di persone che arrivano. Questo è sano, perché la mobilità degli intellettuali, la mobilità degli studiosi è un fenomeno altamente positivo. E’ negativo invece quando succede che in un Paese come l’Italia si esporta moltissimo e si importa quasi niente. Il saldo è assolutamente negativo. E perché il saldo è così negativo? Perché noi non abbiamo da offrire ai lavoratori fondi di ricerca. Le perversioni del sistema accademico, quello che non funziona, e la mancanza di fondi sono due aspetti che potrebbero anche non essere correlati, ma finiscono con lo stringersi in un nodo molto negativo che sta bloccando lo sviluppo della ricerca e lo sviluppo della cultura in Italia. Ancora una volta le speranze vengono più dall’Europa che dal nostro Paese, ma la protesta del ministro Mussi, che – ripeto – condivido pienamente dà speranza che da lui venga un segnale nuovo.

(Trascrizione di Biagio Santorelli)