L’identità della Normale ai tempi del regime fascista, tra leggi razziali, esperimenti didattici, riforme

Pubblichiamo tre estratti degli interventi che Andrea Mariuzzo, Paola Carlucci, Marco Mondini hanno tenuto durante il convegno Le vie della libertà, la tre giorni in scena dal 27 al 29 settembre alla Normale, al Sant’Anna, all’Università di Pisa.

Il Collegio Mussolini

di Andrea Mariuzzo

Nella mia relazione, mi soffermerò sulle vicende politico-istituzionali e culturali legate alla vita del Collegio “Mussolini” di Scienze corporative, il primo tentativo, ricco di conseguenze sul piano politico, della Scuola Normale gentiliana di espandere la propria azione su facoltà diverse da quella letteraria e scientifica. Ragionare sulla natura e sull’evoluzione di questa istituzione potrà aiutare il tentativo di formulare un’ipotesi sul ruolo che questa comune esperienza formativa ebbe nelle scelte personali di alcuni esponenti della vita politica e sociale italiana degli anni del dopoguerra.

Il Collegio “Mussolini”, struttura gestita dalla Normale e dalla Scuola di Scienze corporative diretta dal 1928 da Giuseppe Bottai, preposta all’accoglienza di studenti della Facoltà di Giurisprudenza selezionati tramite concorso nazionale e orientati allo studio delle discipline corporative, vide ufficialmente la luce all’inizio dell’anno accademico 1932-33; il primo progetto per la creazione di un polo di attrazione di studenti di talento per la Facoltà di Legge pisana con l’appoggio della Normale vide però la luce prima che arrivassero a Pisa quelli che sarebbero stati i grandi protagonisti dell’iniziativa “Mussolini”: Gentile, come direttore della Normale, e Bottai, come direttore della Scuola corporativa.

Il grande artefice del progetto fu infatti l’allora rettore dell’Università Armando Carlini: nominato a tale carica con l’inizio dell’anno accademico 1927-28, fin dalle sue prime partecipazioni ai consigli direttivi della Normale egli aveva sollevato il problema delle necessarie modifiche alla struttura della Scuola, soprattutto nel tentativo di renderla funzionale agli interessi dell’Università pisana. In particolare, nel corso di un direttivo del 16 febbraio 1928, il rettore propose di «aprire la Scuola anche agli studenti di Legge, cercando così di rimediare in qualche modo alla crisi che attraversa le Facoltà di Legge»; questo, nell’ottica di Carlini, avrebbe potuto rappresentare un primo passo verso l’apertura della Normale a tutte le discipline e l’“alleggerimento” della sua struttura di formazione, con il solo «fondo comune» per tutti gli studenti rappresentato dallo studio delle «lingue moderne». La proposta, che avrebbe dovuto concretizzarsi nella creazione di una vera e propria terza classe della Normale, suscitò immediatamente la diffidenza dei docenti normalisti, ben rappresentata dal direttore Luigi Bianchi e dal suo vice Francesco Arnaldi: secondo loro, con l’ammissione la funzione della Scuola, quella cioè di promuovere la formazione di insegnanti medi e l’attività culturale “pura”, sarebbe stata snaturata, mentre per Arnaldi «non sarebbe stato giusto aiutare gli studenti della Facoltà di Legge, che avevano davanti a se tante strade, […] a spese delle due Facoltà più povere».

La proposta di Carlini venne lasciata cadere, anche a causa della morte di Bianchi nel maggio del 1928. con l’inizio dell’anno accademico successivo, però, l’arrivo di Gentile come Regio commissario (arrivo per la cui realizzazione Carlini stesso giocò un ruolo attivo) riaccese le speranze del rettore di potenziare, a vantaggio dell’Università pisana, la Scuola Normale, per la quale Gentile aveva progetti ambiziosi. Negli anni intorno al 1930, Carlini fu alleato del filosofo siciliano per l’ottenimento dei fondi necessari al rinnovo edilizio e all’allargamento della Normale, che avrebbe dovuto costituire il primo passo per un rilancio dell’istituzione come vertice della formazione accademica nazionale. Proprio nell’ambito di questa operazione, Carlini ebbe l’occasione per riproporre la sua vecchia idea di un collegio nazionale per studenti di Giurisprudenza, questa volta appoggiandosi però ad un’entità accademica e politico-culturale forte: la Scuola di scienze corporative diretta da Bottai, anch’essa in fase di ristrutturazione dal punto di vista organizzativo intorno al 1930. La Scuola, nata per garantire ai laureati in Legge (e, in prospettiva, in altre discipline) un corso post-universitario incentrato sul diritto e sull’economia corporativa, intendeva espandere il proprio campo di azione, garantendosi anche la possibilità di coinvolgere nel proprio ambiente formativo anche studenti universitari della facoltà giuridica.

Proprio grazie al ministero delle Corporazioni, allora diretto da Bottai in persona, che stanziò fin dal 1930 un contributo annuo di 180.000 lire per il potenziamento della Scuola corporativa e la creazione di una sezione per gli studi universitari orientati secondo l’indirizzo corporativo, Carlini vide insomma disponibili le risorse per il suo vecchio progetto. Nelle proposte di modifica dello Statuto della Scuola corporativa pervenute alla fine del 1930 al Ministero dell’Educazione nazionale, il rettorato chiedeva ancora «la creazione, presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, di un’apposita Sezione o Classe, che in un collegio a base nazionale accogliesse quanti intendono perfezionarsi alle nuove dottrine economico-giuridiche». Arnaldi, venuto a sapere da Carlini della proposta, la liquidò in una lettera a Gentile come «non […] troppo persuasiva».

A differenza di quanto credeva il vicedirettore, però, la proposta interessò Gentile, e Arnaldi rimase solo a farsi interprete della diffidenza dell’ambiente normalistico, restio a un’innovazione radicale che avrebbe potuto portare (scrisse egli stesso una volta a Gentile) «gli ospiti studenti di Diritto Corporativo […] [a] mangiarsi la nostra Normale». Araldi avrebbe poi pagato questa opposizione, che lo portò ad inimicarsi I vertici dell’Ateneo pisano, con le dimissioni forzate e con la sostituzione alla vicedirezione ad opera di Chiavacci: proprio a lui, però, si deve la sistemazione definitiva dei rapporti tra Università e Normale per il Collegio, poiché proprio grazie all’impegno di Arnaldi nella difesa della «purezza» della Scuola Normale Carlini acconsentì a tenere separate dalla «casa madre» (le espressioni sono di Carlini stesso) le nuove sezioni collegiali, approvando un modello di espansione della Normale che ne avrebbe lasciata intatta la specificità […].

La Scuola Normale Superiore tra anni Trenta e Quaranta: un’istituzione alla prova

di Paola Carlucci

Il mio intervento vuole offrire un contributo alla ricostruzione delle vicende della Normale dal punto di vista della storia delle istituzioni universitarie. E’ infatti negli anni Trenta che la Normale venne riorganizzata da Giovanni Gentile in una maniera tanto duratura da subire un’effettiva

modificazione solo quasi quaranta anni dopo, nel 1969, anno in cui fu varato un nuovo Statuto che andò a sostituire quello del 1932 (che, a sua volta, era stato lievemente modificato nel 1938). D’altro canto, le idee che Gentile applicò alla Normale possono essere pienamente comprese solo inserendole nel contesto del dibattito sulla politica universitaria dell’Italia liberale. È valutando su quest’ottica di lungo periodo – consentita da un progetto di ricerca in corso sulla complessiva evoluzione istituzionale della Scuola pisana – che si comprendono appieno le novità e le permanenze che caratterizzarono la Normale gentiliana.

In estrema sintesi, si può dire che punti cardine dell’assetto dato da Gentile alla Normale furono il forte aumento del numero degli studenti, il deciso accento posto sull’importanza della forma collegio con internato e, ovviamente, l’avere trasformato la Scuola in un Istituto d’Istruzione superiore autonomo, non più, quindi, inserito all’interno dell’Università di Pisa.


I nuovi tratti istituzionali della Normale furono immediatamente sottoposti a prove spesso di grande

complessità, con esiti talora indubbiamente lontani dagli intenti originari di Gentile o che lo stesso Gentile non aveva previsto, oltre che con conseguenze dirette sugli orientamenti culturali e politici della Normale. In primo luogo l’aumento del numero delle matricole, che sorpassarono il numero complessivo degli studenti più anziani, mise in crisi, almeno nei primi anni, quel legame di “tutorato”, culturale e “morale”, tra allievi giovani e più maturi, che Gentile aveva sperimentato direttamente come studente della Normale di D’Ancona e a cui attribuiva un’importanza fondamentale per la formazione complessiva dei normalisti, il cui compito primario, una volta terminato il loro rigoroso percorso di studi e ricerche, era quello di dedicarsi all’insegnamento medio. E i professori di scuole medie erano, a parere di Gentile, «gli educatori della nazione, i formatori della coscienza nazionale»: un’idea comune anche al pensiero liberale, ma che nel caso di Gentile ovviamente assumeva tutto un altro significato, la nazione e la sua storia risolvendosi nel fascismo. In secondo luogo fu proprio il collegio-internato – va ricordato che Gentile aveva abolito tutte le forme di allievi cosiddetti “aggregati”, tra cui le donne, che potevano in precedenza anche non vivere all’interno della Scuola – a rappresentare il più potente mezzo di trasmissione delle idee antifasciste tra i giovani normalisti, grazie al continuo contatto fra loro consentito dalla vita in comune. Su questo punto, esistono varie testimonianze significative. Infine, molto importanti furono ovviamente gli effetti dell’autonomia garantita alla Normale dallo Statuto del 1932.

Gentile non aveva mai pensato alla Normale come ad un istituto i cui allievi non fossero anche al contempo studenti dell’Università di Pisa (com’era stata l’Ecole Normale rispetto alla Sorbona fino al 1903), ma la voleva autonoma soprattutto nella sua politica culturale, convinto che fosse «molto utile che i giovani sentano sulle stesse discipline voci diverse e si orientino fra diversi indirizzi: che perciò le cattedre interne della scuola non sono un inutile né pericoloso doppione di quelle universitarie, ma un mezzo di formazione scientifica più vasta, quale in altre università è

dato nell’interno stesso della facoltà da un maggior numero di cattedre affini» (Verbali del Consiglio direttivo, gennaio 1937). Fu con Gentile che, per la prima volta, professori universitari di ruolo furono chiamati come professori interni della Normale, andandosi ad aggiungere agli incaricati – professori non necessariamente provenienti dall’Università di Pisa – che tenevano altri corsi che venivano definiti di anno in anno. Questo fatto ebbe precise ripercussioni culturali e

politiche: è noto che molti degli insegnanti chiamati da Gentile in Normale, di indiscutibile valore intellettuale, erano più o meno apertamente in dissenso con il regime fascista (si pensi a Leonida Tonelli, a Luigi Russo, a Cesare Luporini e, soprattutto, a Guido Calogero). D’altro canto

l’autonomia della Normale rispetto all’Università di Pisa, di cui la questione degli insegnamenti era solo un aspetto, favorì lo stabilirsi di una serie di tensioni tra le due istituzioni, tensioni che fin quando Gentile fu a capo della Normale emersero ma non esplosero, come invece sarebbe

accaduto alla fine della sua direzione. Lo stesso va detto rispetto al rapporto della Normale con lo Stato, il cui potere di vigilanza veniva esercitato tramite il Ministro per l’educazione nazionale. In realtà questo potere, nel caso della Normale, era assai più determinante che nel caso delle

altre istituzioni universitarie. Dal punto di vista finanziario, infatti, la Scuola dipendeva completamente dallo Stato poiché, oltre a possedere solo beni mobili e immobili non significativi (al contrario, ad esempio, dei collegi pavesi), non godeva di alcuna entrata propria: i suoi allievi erano ammessi al collegio in forma del tutto gratuita e quindi nessuna tassa, uno dei principali cespiti d’entrata delle università, veniva pagata. A questa situazione Gentile ovviava sia con una dotazione per l’epoca sufficiente, sia con continue sovvenzioni extra elargite dallo Stato alla Scuola. Una volta finita la sua direzione, l’instabile situazione finanziaria, causata dalla crisi del dopoguerra e dalla fine del legame privilegiato intrattenuto da Gentile con il potere centrale, avrebbe gravato sulla Normale per quasi un ventennio, mettendo in discussione più volte la sua stessa esistenza. Ma fu proprio nel momento più acuto di questa crisi – nella seconda metà degli anni Cinquanta – che alcuni dei vecchi allievi della Normale gentiliana (e dei Collegi giuridico e medico), di colore politico assai diverso, non alieni da scontri anche assai duri in quello stesso periodo su altre questioni relative alla Scuola, si batterono in vario modo per la sua sopravvivenza: tra gli altri, Tristano Bolelli, Alessandro Natta, Emilio Rosini, Achille Corona. Un simbolo, questo, della duratura e complessa eredità – culturale ma anche istituzionale – della Normale gentiliana. […].


Il collegio medico. Tra professionalizzazione e promozione sociale

di Marco Mondini

La vicenda del collegio medico annesso alla Scuola Normale a partire dall’anno accademico 1932 è parallela alla vicenda del Collegio “Mussolini” (e poi “Mazzini”) per gli studi giuridici, ma, per molti versi, ne diverge anche e straordinariamente.

L’atto costitutivo ufficiale del collegio medico è, forse non è noto ai più, la “convenzione per il mantenimento e funzionamento del collegio medico annesso alla Regia scuola normale superiore di Pisa”, siglata a Pisa il cinque giugno 1933 da Giovanni Gentile, in qualità di direttore della Scuola e da Armando Carlini, rettore dell’Università. Con tale atto, nei locali della casa universitaria “Domenico Timpano”, donati alla Scuola nel dicembre 1932, veniva istituito un collegio con lo scopo di accogliere i «giovani che si dedicano agli studi medici». Il collegio non era concepito come un’entità dotata di autonomia: il governo del collegio spettava alla Scuola Normale (art. 2), attraverso un consiglio direttivo allargato in cui sedeva anche il preside della Facoltà di Medicina e una direzione didattica cui partecipava anche il rettore dell’Università. Il suo statuto ne faceva, concretamente, un’appendice collegiale, anche se non scientifica, della Normale: in effetti, l’unico punto di contatto didattico erano i corsi di lingua, ma la particolarità, l’estraneità anzi degli studi dei corsi di medicina allontanavano gli studenti del collegio dalla vita normalistica. Si tratta di una lontananza sottolineata anche in talune memorie (ad esempio in quelle, ancora inedite, di Giuliano Lenci), e che si sposava con la speculare, e per molti versi ovvia, comunanza che gli studenti del Medico avevano piuttosto con i coetanei e colleghi della Facoltà.

Questa sostanziale marginalità del Medico nella vicenda, per molti versi ancora tutta da raccontare, dell’esperimento gentiliano di una “Grande Normale”, che si proponesse come cittadella degli studi per la formazione di una nuova classe dirigente per l’Italia fascista, è parallelamente testimoniata anche dal sostanziale disinteresse dimostrato dalla dirigenza normalistica nei confronti del Medico. In effetti, ripercorrere le vicende che portarono alla nascita e all’incardinamento dei collegi nella struttura della Normale vuol dire anche accorgersi come il Medico non fosse il risultato di una più vasta progettualità pedagogica e formativa, legata ad una generale prospettiva di Gentile su quello che doveva essere il ruolo della Normale nel panorama dell’istruzione e della ricerca italiana, ma una sorta di risultante periferica del piano più complessivo che aveva il suo baricentro nell’unione del “Mussolini” alla rinnovata Normale degli anni Trenta. Quando si comincia a parlare di una necessaria modifica della struttura della Scuola, alla fine degli anni Venti, l’idea è di ampliarne le capacità e anche l’influenza (come centro di formazione della nuova classe dirigente) indirizzando l’ampliamento verso il campo giuridico. E’ questa una scelta ovvia, in linea con la predilezione del regime verso gli studi giuridici e ancor più di scienze politiche, che troverà proprio a Pisa una sua elaborazione di eccezionale eco nella Scuola di Scienze Corporative. E’ il rettore Carlini a proporre, non proprio in coincidenza con le idee di Gentile ma provvisoriamente in alleanza, in un consiglio direttivo del dicembre 1927, l’ampliamento della Normale in questa direzione, ma a lungo si continua a parlare del collegio giuridico. Di Medico si parlerà più tardi, già a ridosso dell’ampliamento del 1932, quasi per simmetria, viene da pensare. Perché il motore dei grandi finanziamenti che alla Normale arriveranno per l’occasione sarà il Ministero delle Corporazioni, interessato ovviamente più alla formazione di un’élite giuridico amministrativa che al sostegno degli studi professionalizzanti e, di per sé, apolitici. Come avrebbe detto lo stesso ministro dell’educazione nazionale, al discorso di inaugurazione del 1932, menzionando l’apertura dei due collegi, il medico e il Mussolini: «al sorgere di questo si volgono con particolare ardore le speranze del Regime, attendendo da esso, cui presiede ed ispira l’alta parola e la fervida fede di Giuseppe Bottai, il più fecondo incremento per gli sviluppi e i progressi delle dottrine corporative».

Nasce, dunque, il Medico, come simmetrica risultante di un’iniziativa indirizzata solo ai nuovi dirigenti fascisti di legge e scienze politiche? Così sembrerebbe, anche un esame più attento di documentazione non ancora del tutto disponibile porterebbe forse a scoprire quali reti clientelari e quali interessi (non solo pisani) portarono poi alla decisione di investire anche sulla formazione dei medici […].