Religione, nazione e guerra nel primo conflitto mondiale

La Rivista di Storia del Cristianesimo dedica un fascicolo monografico alle diverse confessioni e correnti religiose presenti in Italia all’indomani della Grande Guerra, con interventi del gruppo di ricerca, coordinato dal prof. Daniele Menozzi, che presso la Scuola Normale Superiore lavora sulla “Politicizzazione del religioso tra Otto e Novecento”. Una occasione per mettere in luce alcuni aspetti poco approfonditi di un momento cruciale della storiografia contemporanea.

Gli studi sul primo conflitto mondiale si sono negli ultimi anni moltiplicati, ed è ampia anche la bibliografia riguardante l’atteggiamento della chiesa cristiana e la sua storia in quel periodo storico. Ma rimane ancora un fenomeno da approfondire: la costruzione di una religione della patria come via per quella nazionalizzazione delle masse che assunse negli anni immediatamente successivi al conflitto, un volto totalitario. In questo numero della Rivista di Storia del Cristianesimo si dà una prima traccia per sviluppare queste ricerche. I contributi sono del gruppo di ricerca che, sotto la guida di Daniele Menozzi, ordinario di storia contemporanea alla Normale, lavora alla “politicizzazione del religioso tra Otto e Novecento”.

Dopo l’introduzione di Menozzi, il primo saggio è dedicato da Matteo Caponi all’esame degli articoli pubblicati da Romolo Murri sul periodico “L’Italia democratica”. Caponi mostra analiticamente come la guerra diventi un momento decisivo nell’itinerario politico ed intellettuale dell’ex leader democratico cristiano, passato, dopo la scomunica, nel file del partito radicale.

Il saggio successivo di Ilaria Pavan, ricercatore della Normale, indaga nel profondo della comunità ebraica italiana, confrontando il punto di vista dei rabbini, estrapolato dai loro sermoni e dai carteggi dei rabbini militari, con quello ben più noto dei prelati cattolici. Al centro dell’attenzione sta il freno all’adesione degli ebrei alla guerra esercitato dall’identità religiosa con le comunità europee che vanificò il tentativo dei rabbini di fondere, nelle loro predicazioni, i valori della religione con le nuove ansie patriottiche e nazionaliste.

Stefano Gagliano, invece, tra le file del protestantesimo italiano analizzando il punto di vista delle chiese evangeliche, in primis la comunità valdese. Gagliano spiega come le loro istanze pacifiste agli albori del conflitto mancassero di una solida riflessione politica ed ideologica e, poiché non radicate nel tessuto popolare, lasciarono prevalere l’amor di patria sull’antimilitarismo a partire dal 24 maggio 1915. Viene sottolineato inoltre il ruolo dei pastori evangelici al fronte e denunciato il fatto che la Santa Sede tramasse con i nemici della patria per avere seggio al tavolo della pace, obiettivo che poi non riuscì a raggiungere.

La voce di Marco Cavarzere, apparentemente fuori dal coro per il contesto storico in cui si inseriscono le tre lettere indirizzate da Antonio de’ Ricci alla corte dei Medici di Firenze che presenta ed introduce, è invece un esempio di come il potere politico abbia da sempre accolto con gioia la possibilità di sfruttare il potere della religione nella propaganda politica per legittimare la propria supremazia. Temporale.

Questi ed altri saggi raccolti in questo numero della rivista, approdano a risultati conoscitivi e alla sollecitazione di ulteriori investigazioni. Lo studio del ruolo svolto dalle Chiese e dalle religioni nelle Prima Guerra Mondiale non è fine a sé stesso né deve essere considerato in modo semplicistico come l’analisi di un circoscritto periodo storico da un punto di vista inusuale. Non è cosa ardua riconoscere negli atteggiamenti a volte ignavi della Santa Sede e degli alti prelati l’eredità secolare, anzi millenaria, di corruzione temporale in sede ecclesiastica.. Così la questione si rivela inaspettatamente attuale se pensiamo a come l’approvazione di proposte di legge di un Paese costituzionalmente laico come l’Italia vengano pesantemente influenzate dal parere della sede papale e a quanto l’opinione pubblica continui a cercare nei principi cattolici risposte a quesiti di natura laica e di diritto privato.

L’abuso del richiamo alla volontà divina per scopi temporali e di lucro da parte dei regnanti prima e dei dittatori poi non ha fatto che infondere profondamente in tutti i ceti popolari una concezione di etica civile per moltissimi aspetti coincidente con quella cattolica. Sotto quest’ottica la storia della religione ed in particolare del Cristianesimo diventa anche una storia della sociologia e del pensiero del popolo italiano che, almeno per voce degli accademici, da qualche tempo ha iniziato a rivedere la propria storia da un punto di vista più critico. La speranza è quella di riuscire a trovare un giusto compromesso tra morale cattolica e morale laica.

Chiara Facco