RICORDO DI EUGENIO GARIN


Garin luporinidi Tullio Gregory

Nel corso degli anni Eugenio Garin è tornato più volte a riflettere sul senso della propria vita di studioso, di uomo di scuola, di cittadino, non solo presentando nuove edizioni di precedenti lavori, ma con sobri ricordi autobiografici, senza mai indulgere a toni romantici o giustificativi.

(Pubblichiamo l’intervento che Tullio Gregory ha tenuto mercoledì 9 novembre 2009 alla Normale di Pisa durante il convegno “Le biblioteche Garin e Luporini alla Scuola Normale”)

Sicché per ripercorrerne la vita e l’opera sarebbe sufficiente rileggere, per esempio, l’ampio scritto autobiografico Sessanta anni dopo (pubblicato da «Iride» nel 1989) o anche i più rapidi Ricordi di scuola, del 1996 (negli «Annali di storia dell’educazione») e Mezzo secolo dopo («Belfagor» 1998) e semplicemente annotarli con rinvii storici e bibliografici.

Ma siamo in una sede che richiede, anzi impone, un ricordo diverso, anche personale, di un grande maestro che qui – in Normale – ha ritrovato, nell’ultimo decennio della sua attività di professore, «quel rapporto di umana collaborazione e amicizia senza il quale scuola non si dà»: il Sessantotto, aveva segnato irrimediabilmente «la fine di un tipo di scuola universitaria» quella nella quale si era formato e aveva creduto.

Potremmo cominciare dunque di qui, da questa Scuola ove si è come rifugiato, accettando un invito di cui gli fu personale latore Giuseppe Nenci: la Normale aveva tentato di averlo già qualche anno prima e Nenci mi confidò il proprio imbarazzo e il timore di ricevere una seconda risposta negativa. Fui io a consigliarlo di andare personalmente da Garin, lo avrebbe trovato certo più disponibile, sapendo da Garin stesso l’insopportabile disagio che gli aveva creato la sua Facoltà fiorentina. Così fu: nel 1974 venne in Normale.

Ho preferito, mi scriveva, riprendere a fare il pendolare alla mia età piuttosto che continuare ad assisterre alle batrocomiomachie della mia Facoltà. Il Sessantotto e gli anni seguenti avevano messo in crsisi una facoltà di antico prestigio che perse di colpo – questo il risultato della contestazione fiorentina – tre dei suoi maggiori maestri: con Eugenio Garin lasciò Firenze per Pisa Giuseppe Nencioni, l’anno dopo Gianfranco Contini. Per Garin, fiorentino nell’animo, anche se nato a Rieti e di famiglia savoiarda scesa a Firenze dopo l’unità, fu un passo difficile: Firenze era la sua città, come più volte ha scritto, tornando ancora negli ultimi anni, con passione, sulla ‘missione’ che Firenze aveva avuto nella storia e che avrebbe dovuto ritrovare, anche se la città gli pareva ormai «messa in vendita» come si esprimeva in una delle sue ultime interviste. E tuttavia il passaggio a Pisa fu, culturalmente e didatticamente, come una liberazione, il ritorno a un tempo perduto: «l’insegnamento di una materia speciale alla Scuola Normale pisana, in un rapporto di collaborazione amichevole e con un piccolo gruppo, mi fece ritrovare, alla fine, la scuola e finire serenamente un lavoro durato ininterrotto più di mezzo secolo».

Quella scelta di fare il pendolare (a Pisa non volle mai dormire, anche se Nenci gli aveva offerto un appartamentino all’ultimo piano del Timpano) era la sua risposta ai conati riformatori del Sessantotto che avevano fortemente marcato la facoltà fiorentina pervasa da scosse di sinistro demagogismo; era soprattutto la conferma di voler continuare a esercitare quell’attività di insegnante che rappresentò sempre per lui un impegno scientifico e civile: «insegnare mi è sempre piaciuto molto – dichiarava nel colloquio con Renzo Cassigori –. Ho sempre fatto scuola… Se credessi, come non credo, che possiamo avere altre vite, rifarei la scelta di insegnare».

La scuola, l’insegnamento: chi vada con la memoria, sulla traccia dei ricordi di Garin, agli anni della sua formazione, al liceo come all’università, ha veramente l’impressione di una distanza siderale da quei tempi, con una disperata convinzione del non ritorno. Se al ginnasio aveva avuto supplente di latino il bizantinista Giuseppe Cammelli, al liceo, fra i suoi maestri di cui più vivo era il ricordo, Ugo Enrico Paoli, filologo classico che gli fece leggere – nell’edizione Teubner, senza alcuna nota come sappiamo – il decimo libro della Repubblica di Platone, avviandolo così alla filosofia; per l’italiano ascoltò le lezioni di Luigi Fassò, presto passato all’università, con Paoli; modesto il professore di filosofia (era il primo anno dell’applicazione della riforma Gentile che quel professore non accettava), tuttavia adottava come testo la Storia del Fiorentino, continuata da Armando Carlini; preside del liceo Antonio Belloni, libero docente di letteratura italiana, specialista del nostro Seicento cui aveva dedicato un importante volume della Storia letteraria d’Italia del Vallardi, la stessa ove compariranno il Trecento di Natalino Sapegno e il Quattrocento di Vittorio Rossi. All’esame di maturità Enrico Fermi commissario per la fisica, presidente il pedagogista Mario Casotti.

Chi abbia oggi notizia della situazione dei licei e degli esami di maturità può verificare la distanza siderale cui facevo cenno: malgrado la pur viva presenza di alcuni bravissimi insegnanti, la scuola ha perduto ogni legame con l’università (della quale per i docenti era spesso l’anticamera), dimenticata da ogni classe politica, preda delle più corporative spinte sindacali; si è creduto di renderla moderna e democratica non ammodernandone le strutture, ma abolendo ogni reale processo selettivo di docenti e studenti.

Si iscriveva all’università nel 1925, anno cruciale per la crisi della democrazia: nel gennaio Mussolini aveva rivendicato impavido in Parlamento la responsabilità morale e politica del delitto Matteotti e di lì a poco promulgava le leggi repressive delle libertà politiche, culminate nelle ‘leggi fascistissime’ del 1926. Ancora nel ’25, fra il 21 aprile e il 1° maggio, il Manifesto degli Intellettuali Fascisti di Gentile, cui rispose il Manifesto di Croce. Anche l’università fiorentina ne risentì le conseguenze: cacciato Salvemini, inquisto De Sarlo, firmatario del ‘Manifesto Croce’, per un suo discorso su L’alta cultura e la libertà al Congresso di Filosofia di Milano del marzo 1926, sospeso come noto per ordine prefettizio. Garin compie i suoi studi dal 1925 al 1929, poi il perfezionamento nel biennio ’29-’31; fra i professori, Ettore Bignone e Giorgio Pasquali, per la filosofia Francesco De Sarlo e Ludovico Limentani, «seminatore di dubbi piuttosto che distributore di certezze», cui restò legato per tutta la vita. In un contesto vivacissimo che vedeva passare a Firenze Wilamowitz e Mondolfo e dove si incontravano giovani di ogni paese: fra gli altri Nicolai Rubinstein, cui resterà sempre legato, e Jacob Teicher, che lo introdusse al pensiero ebraico medievale e gli fu amico per tutta la vita. Soprattutto notevole la circolazione di certi testi, solo più tardi divenuti di moda e sempre peggio assimilati da modesti parafrasatori: Husserl (se ne occupava dai primi anni Venti il solo Banfi sulla «Rivista di Filosofia») e Sidgwich (sul quale dopo la traduzione delle Prime linee di una storia della morale di Zini del 1922, nulla sarà scritto per molti decenni), Freud (con le lezioni di Enzo Bonaventura) e Royce, che era stato messo in circolazione dalla “Biblioteca di Cultura Moderna” di Laterza, agli inizi del secolo, per suggerimento di Croce; e ancor più incisivi per la formazione di Garin, Dilthey con L’analisi dell’uomo e l’intuizione della natura (tradotto nel 1927, da La Nuova Italia) e Cassirer di Individuo e cosmo, comparso nel ’27 nelle Studien del Warburg. Qualche anno dopo leggerà La rinascita platonica in Inghilterra e la Scuola di Cambridge (1932).

Nel ’31 divenne professore al Liceo Scientifico S. Cannizzaro di Palermo, tornando poi nel ’35 al Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Firenze fino alla cattedra universitaria nell’anno accademico ’48-’49, vincendo il primo concorso dopo la fine della guerra, che lo portò a Cagliari, poi di nuovo a Firenze ove ritrovò antichi maestri e conobbe nuovi colleghi in un contesto ancora assai ricco per i rapporti dell’università con le istituzioni e i circoli cittadini, gli editori, le riviste, le biblioteche: un contesto ancora ‘civile’ che durerà sino alla fine degli anni Sessanta.

Al periodo palermitano torna sempre con affetto il ricordo di Garin, non solo per l’ambiente scolastico nel quale era fra tutti il più giovane, e per la frequentazione della Biblioteca Filosofica diretta da Amato Pojero succeduto a Giovanni Gentile, che in quella sede, fra il 1911 e il ’12 aveva letto le sue memorie su L’atto del pensare come atto puro e su Il metodo dell’immanenza, ma soprattutto perché a Palermo iniziò il suo lavoro sulla cultura rinascimentale, muovendo da Giovanni Pico (già aveva letto l’Examen del nipote Giovanfranceso) che resterà uno dei suoi autori più amati e più assiduamente studiati: Pico, «figura emblematica», costituì la vetta dalla quale tutta la cultura umanistica si scopriva a Garin con le sue diverse e non omogenee componenti.

Il volume pichiano fu pubblicato nel ’37 (ma era già terminato nel ’34): la sua importanza nell’esile panorama degli studi pichiani dei primi decenni del Novecento è nota ed è stata messa in evidenza da Cesare Vasoli; mi limiterò a sottolinearne solo due aspetti. L’uno indicato dallo stesso Garin: «l’avvio di un modo di lavorare: il nesso costantemente cercato fra storia delle idee, della scienza, della filosofia, e storia degli uomini (biografia) e delle realtà e degli istituti in mezzo a cui questi uomini hanno cercato e lottato; il rifiuto su tutti i piani della concepibilità di una storia – che storia poi non sarebbe – in cui le idee generino virginalmente le idee in ritmi logici puri». L’altro, la presenza nel suo lavoro di autori allora poco circolanti in Italia, tutti legati all’Istituto Warburg: non solo Cassirer, già ricordato, ma Fritz Saxl, Erwin Panofsky e Aby Warburg, del quale ultimo Garin ebbe notizia, studente, da Giorgio Pasquali che a lui dedicò un ampio necrologio su «Pegaso» del ’30 (credo per primo in Italia), raccolto nelle Pagine stravaganti, alle quali lo stesso Garin fa riferimento. Successivamente Garin avrà modo di tornare più volte sul significato esemplare degli studi promossi dall’Istituto Warburg con il quale instaurò fecondi rapporti (si ricordi anche l’introduzione all’antologia delle Lectures di Saxl presso Laterza).

A Pico e al platonismo rinascimentale era risalito dalle sue prime ricerche sull’illuminismo inglese, sui moralisti: ricerche iniziate con Buttler – argomento della sua tesi di laurea – per estendersi ai grandi e soprattutto ‘minori’ autori del Settecento inglese, con una serie di saggi pubblicati a partire dal 1929, rifluiti poi nel volume L’Illuminismo inglese. I moralisti, compreso nella collana “Storia universale della filosofia” di Bocca, datato in copertina 1941 e in frontespizio 1942. «Allo studio dell’Umanesimo italiano – ricorderà presentando nel ’94 una nuova edizione de L’umanesimo italiano – ero giunto studiando il Settecento europeo e notando, a proposito dei pensatori anche del Seicento, il richiamo costante a testi antichi rimessi in circolazione proprio dagli umanisti italiani […]. In certo senso furono i Platonici di Cambridge che mi costrinsero a leggere Ficino e Pico». L’allusione ai due noti studi Cassirer su Shaftesbury e la rinascita del platonismo in Inghilterra e su La Rinascita del platonismo in Inghilterra e la scuola di Cambridge è evidente e lo stesso Garin ricorderà più tardi: «Mi sarebbe stato molto difficile allora e, forse, ancor più oggi dire in che misura pesò sulla mia ‘conversione’ dal mondo di Shaftesbury a quello di Pico e Ficino, la produzione di Cassirer di quegli anni […] di una cosa comunque mi sento debitore a Cassirer: della convinzione, che si è venuta facendo via via sempre più profonda, del peso grande che certe tematiche caratteristiche del Rinascimento italiano conservarono a lungo su vari piani della cultura europea».

Del resto il riferimento a Cassirer è costante nel volume sull’illuminismo inglese, presentando il quale sottolineava: «alle radici di quelle correnti che alimentarono i moti illuministici rivivono le stesse esigenze che animavano il rinnovamento umanistico».

Non volle più ristampare quel libro anche se su alcuni autori, come Mandeville e Shaftesbury, tornò più volte. Pure è da ricordare che proprio lavorando sui moralisti inglesi (sulla scorta anche della storiografia inglese dell’Ottocento, in particolare l’opera di Leslie Stephen) Garin, scriverà più tardi, ebbe a intraprendere «un modo diverso di fare storia della filosofia […] un’altra strada» legata alla concreta realtà dei testi e degli autori, individuando «oscillazioni, incertezze, conflitti», affrontando «problemi etico-religiosi, politici, scientifici, dove anche ritrovare i confini tradizionali tra discipline era ben arduo, dove poesia ‘metafisica’, letteratura, romanzo erano anch’essi filosofia e riflessione politica».

Non è questa dell’89 una più tarda prospettiva unificante: già nel libro su Pico sottolineava come l’interesse per il Mirandolano fosse fortemente legato al suo spirito non sistematico, al suo essersi impegnato a delineare piuttosto che a risolvere problemi, all’intreccio di temi diversi che sottendono la sua opera (non retore, non letterato, ma ‘artista dell’anima’). Con più precisione, presentando i suoi illuministi inglesi, insisteva sul significato dell’opera loro, «nemici d’ogni sistema», «appartati dalla strada regia della speculazione filosofica»; «I sistemi costruiscono all’uomo delle splendide prigioni che lo sottraggono alla realtà e alle contraddizioni. Le sintesi falsano necessariamente la prospettiva delle cose. All’indagine giova solo il ripercorrere il ritmo del reale per ritrovarne il senso senza perderne l’anima».

Con quei due libri, su Pico e sull’Illuminismo inglese nei quali assai forti sono gli interessi per i problemi etico-religiosi, erano fissati i poli attorno ai quali si verrà sviluppando gran parte della ricerca di Garin sempre più impegnata a cogliere, fra Quattrocento e Settecento una continuità di testi, autori, problemi, pur in contesti diversi, letti e discussi sempre secondo nuove prospettive: da Giovanni Pico a Thomas Traherne, da Leon Battista Alberti a Giordano Bruno, da Niccolò Machiavelli a Giambattista Vico. Di quei volumi , si è già accennato, Garin non volle dare nuove edizioni, pur ricordando sempre il significato che essi ebbero nella sua formazione di storico della cultura filosofica. Forse non solo perché alcuni motivi allora prevalenti si erano venuti attenuando (come l’insistere sul primato di una morale tutta legata all’esperienza religiosa del male e del peccato, l’appello per una «religione dell’umanità, della libertà», la centralità della dottrina cristiana dell’incarnazione per una nuova dignità dell’uomo), ma anche per un certo linguaggio di stampo vagamente idealistico e attualistico che non sarà più quello degli anni seguenti. Così se nel Pico parlava di una «storia della filosofia» come «approfondimento progressivo della conoscenza della realtà», dell’«unità essenziale dello spirito» o «del pensiero pensante di cui i singoli non sono che veicoli passeggeri», nell’Illuminismo inglese insisteva sul «farsi perenne dello spirito» sicché «l’istanza illuministica risorge come momento eterno dell’affermazione della personalità umana» in una storia che è «conquista, è processo, è atto nostro con cui si domina e ripercorre il passato».

Non intendo illustrare l’opera di Garin e la sua sterminata bibliografia: altri ne hanno già autorevolmente scritto e sarebbe qui necessario un ben più ampio discorso. Discorso che oramai non potrebbe non tenere presente – oltre al saggio di Claudio Cesa sulla formazione di Garin dal 1929 al 1947 – le fini analisi condotte da Michele Ciliberto per individuare momenti e prospettive diverse che attraversano l’opera di Garin, anche e soprattutto negli studi sul Rinascimento, prima e dopo L’umanesimo italiano del 1947. Peraltro, preoprio in questi giorni, è uscito un fascicolo del «Giornale Critico della Filosofia Italiana» tutto dedicato a Eugenio Garin.

Volendo qui rievocare solo alcune tematiche proprie del suo lavoro storiografico divenute, dopo gli anni Cinquanta, più decise e destinate a incidere fortemente su tutta la storiografia contemporanea, si dovrà sottolineare già nel volume sull’umanesimo italiano pubblicato in tedesco il ’47 e nelle precisazioni dell’introduzione all’edizione italiana del ’52, il modo nuovo di impostare il problema dei rapporti con il Medioevo, il senso della riscoperta dell’antico, l’emergere di temi legati alla vita civile, al mondo degli uomini, quindi al significato delle humanae litterae, della filologia, della storia, per la costruzione di una diversa concezione del mondo e dell’uomo; non attraverso cattedrali metafisiche, ma attraverso «indagini concrete, definite, precise, – scriveva nel ’52 – nelle due direzioni delle scienze morali (etica, politica, economica, estetica, logico-retorica) e delle scienze della natura, che, coltivate iuxta propria principia, al di fuori di ogni vincolo e di ogni auctoritas, hanno in ogni piano quel rigoglio che l’‘onesto’ ma ‘ottuso’ scolasticismo ignorò”. Nasceva una diversa concezione della filosofia, dell’uso della ragione umana e mondana, con strumenti e metodi nuovi. Questa nuova filosofia – scriveva nel 1988 – «mutava l’albero del sapere e quindi il rapporto fra le discipline; vivevano vita difficile i luoghi deputati della ricerca e dell’insegnamento, ossia l’Università medievale, mentre nascevano nuovi tipi di incontro e di collaborazione, e si delineavano nuove istituzioni per l’indagine e la trasmissione del sapere, spesso in ambiguo rapporto con l’Università». Sicché la novità del Rinascimento non è da ricercare nei tradizionali veicoli di cultura, ma nel modo nuovo in cui si andavano ponendo i problemi relativi al mondo degli uomini, la funzione stessa della cultura nei suoi rapporti con l’antico e con il presente.

Ristampando nel ’94 la sua opera del ’47, Garin sottolineava: «il mio libro cercava di presentare con grande chiarezza quello che era stato nella consapevolezza della cultura italiana fra Trecento e Cinquecento il ritorno del mondo antico (nelle scienze come nelle arti, nella politica come nella morale) e il suo uso per una nuova visione della realtà in cui arte, scienza e moralità convergessero legate in un vincolo nuovo, mentre la filosofia veniva a essere qualcosa di molto lontano da quella che era stata soprattuto nella cultura tardo medievale e nelle scuole universitarie. […] Un tipo di filosofia era entrato in crisi e ne era nato un altro che spesso cambiava anche dimora, modi di esprimersi, forme letterarie, strumenti di diffusione».

Di qui gli interessi di Garin fuori dei luoghi e dei testi deputati all’insegnamento della filosofia: la valorizzazione di opere e autori impegnati nello studio e nell’edizione di testi antichi dimenticati e ‘carcerati’ nelle biblioteche monastiche o ritrovati a Bisanzio, il significato della retorica e della storiografia, delle polemiche sul latino e il volgare, lo studio delle forme nuove dell’architettura, delle arti e dei mestieri, la nascita delle accademie, la funzione dei grandi editori. Di qui gli esiti spesso sorprendenti – ai fini stessi di una nuova concezione del filosofare – delle ricerche di Garin che hanno messo in evidienza il significato della filologia di un Valla e di un Erasmo, dell’amara ironia dell’Alberti, dell’opera multiforme di Leonardo, dei fitti rapporti fra erudizione e nuova scienza, proprio ai fini della messa in crisi di un tradizionale concetto di filosofia, ordinata secondo immutabili architetture.

Sicché anche il rapporto con il Medioevo non si pone come confronto fra istituzioni, testi, insegnamenti, perché sono proprio questi che mutano radicalmente per l’irrompere di una nuova sconfinata curiosità in un universo che ha perso fiducia nelle pacificate costruzioni filosofiche e teologiche del medioevo scolastico.

Di qui anche la sottolineata importanza – insistita dagli anni Cinquanta – per forme di conoscenza e di sapere che la storiografia tradizionale aveva tenuto ai margini: l’alchimia, la magia, l’astrologia, l’ermetismo. Di questi saperi e di queste tecniche Garin metteva in evidenza, prima dell’insorgere di certe mode, il significato innovatore come modi diversi di cogliere i rapporti fra le forze che animano l’universo, per modificarne il senso, contro la fissità del mondo aristotelico. In questa prospettiva si colloca l’assiduo studio della fortuna e influenza dei testi ermetici, dal Quattrocento al Seicento: non solo il Corpus Hermeticum tradotto da Ficino con una decisiva presenza entro e fuori il platonismo rinascimentale imponendo una precisa prospettiva storiografica e filosofica; ma con il Corpus, l’altra produzione attribuita al divino Ermete dalla Tarda Antichità e ripresa nella cultura araba, mediolatina e umanistica, che veicola forme e formule di carattere magico e iniziatico difficilmente separabili dalle dottrine del Corpus, come Garin sottolineava in polemica col Festugière,

La diversità dei testi e degli autori ai quali si è estesa l’analisi di Garin risponde a una prospettiva precisa: la convinzione che nella cultura del Rinascimento i tradizionali confini disciplinari erano entrati in crisi, sicché può essere in un trattato di architettura che si delinei il quadro politico della città ideale, nella pittura si definiscano principi di ottica, nella traduzione di un testo si veicolino nuove filosofie, in un trattato di meccanica si metta in discussione tutta una struttura metafisica dell’universo.

Il nesso fra Rinascimento e Illuminismo – fondamentale nella storiografia di Garin – si verrà sviluppando lungo queste linee, tornando a intrecciare i nodi della cultura italiana ed europea (si ricordi, al di là della circolazione dei testi umanistici, la forte accentuazione della presenza, nella cultura italiana del secondo Seicento e in Vico, di «tesi e testi in cui si rifletteva la cultura europea del tempo»), attraverso un progressivo interesse alla nascita della nuova scienza, con un fitto numero di saggi su Galilei e una grande biografia intellettuale di Descartes. Il tema della rivoluzione scientifica, «momento inscindibile, scriveva, del Rinascimento», assumeva così sempre maggiore importanza nella ricerca di Garin, il quale, notava Maurizio Torrini, è stato il primo «a introdurre nella cultura italiana il concetto di rivoluzione scientifica» collocandolo «in un quadro di ricostruzione storica» e scrivendo pagine «sul nesso Rinascimento-rivoluzione scientifica, quasi uniche nel panorama storiografico italiano».

Ma, dicevo, inutile insistere sulle molte centinaia di contributi di Garin dai quali, sappiamo tutti, è ormai impossibile prescindere: sicché dobbiamo anche rinunciare al ‘suo’ Alberti che ha preso sempre maggiore spazio nella sua ricerca, pareggiando e superando l’antico continuo amore per Pico: perché in Alberti Garin sembrava scoprire il volto drammatico, oscuro della cultura umanistica, la radicale critica, prima ancora che si definisca nella celebre Oratio pichiana, del mito della dignità dell’uomo, ridotto da Alberti alla condizione di animale «efferatissimo» che usa della sua libertà per divenire asino e bove, per assumere aspetti mostruosi e nascondersi nel fango; animale chiuso nel cerchio dell’eterna vicissitudine prescritta dalla fortuna e dai cieli. Se altra volta era la polemica antiastrologica di Pico con la sua esaltazione della radicale libertà dell’uomo a entusiasmare Garin, nel corso degli anni – quasi rispecchiando il suo progressivo pessimismo sulla vita italiana contemporanea – egli insiste sempre più sul significato di quell’eterna vicissitudine di uomini e cose chiusi nel ciclico moto degli astri, sui limiti radicali di una «virtù» vinta dal fato, sul trionfo della dissimulazione e dell’inganno, temi tutti che egli ritrova in altri autori, oltre all’Alberti, sui quali torna con insistenza: Machiavelli e Pomponazzi. Quando nell’89 presenterà una nuova raccolta di studi sul Rinascimento italiano (Umanisti, artisti e scienziati) potrà constatare che delle linee interpretative da lui proposte nel volume del ’47, se «alcune si sono venute modificando per via, o sono cadute, altre si sono invece venute consolidando e articolando. Così l’immagine di circa tre secoli di cultura soprattutto italiana è venuta almeno in parte mutando, e alcune grandi figure, valga per tutte Leon Battista Alberti, hanno cambiato volto”.

Voltiamo pagina: non dirò di quello che è stato il suo assiduo insistere sulla filosofia come sapere storico che fu al centro di un importante dibattito, forse l’ultimo serio dibattito metodologico nel panorama filosofico italiano, alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso; né ricorderò tutti i numerosi interventi metodologici con la polemica assidua contro una storiografia scritta sul filo dei precorrimenti e dei massimi problemi, insistendo invece – e mostrandolo nella sua concreta ricerca – sul carattere impuro, ambiguo e disarticolato del procedere della storia delle idee, sempre legate alle condizioni concrete in cui gli uomini si trovano a operare, con l’affermazione della radicale storicità delle filosofie e dei molteplici problemi che di volta in volta gli uomini affrontano in contesti e con significati sempre diversi. Ma non posso non ricordare il suo concreto esempio di lavoro, perché Garin ha sempre insegnato che studiare un autore è leggerlo in ogni sua pagina, frammento, variazione: «Mi ero convinto che studiare un autore significava leggerlo in quanto ci aveva lasciato, leggerne ogni pagina, ogni frammento, fino a farne risultare ogni sfumatura di significato, ogni tensione interna, ogni minima variazione di tono, ogni eco di letture, di conversazioni, di polemiche, di contrasti».

«Legite, precor, assidue recurrite diligenter» esortava Cassiodoro: può sembrare una considerazione ovvia, banale, ma quando Garin partendo in vacanza per la sua Padola di Cadore nell’estate del ’69 mi scriveva che aveva messo in valigia tutto Machiavelli perché doveva parlarne in novembre a Firenze, lui che del Segretario Fiorentino aveva già tutto letto e più volte scritto, capii che lì era il suo metodo di lavoro: dalla ripetuta nuova lettura venne quel saggio su Machiavelli che metteva in evidenza allusioni, tensioni e problemi sfuggiti anche alla più sottile storiografia.

Forse una parte cospicua dell’insegnamento di Garin è affidata proprio al suo impegno nella lettura assidua e ricorrente dei testi per cogliere «volta a volta i termini di un discorso culturale quale è stato realmente condotto, restaurandone i tratti, indicandone i motivi sottintesi, le complessità». Attenzione ai testi e al loro lessico: si ricordino le ricorrenti indagini sulla terminologia di cultura, dalla giovanile nota su Ένδελέχεια e ἐντελέχεια nelle discussioni umanistiche (1937), alle relazioni su Spiritus (1983) e su Phantasia-imaginatio (1986) ai colloqui internazionali del LIE Istituto CNR del quale fu per decenni il presidente. E non a caso si è impegnato in tutta la sua vita in edizioni e traduzioni, dalle opere di Pico alle molte raccolte di testi rinascimentali, spesso inediti o dimenticati: Il Rinascimento italiano (1941) e Filosofi italiani del Quattrocento (1942), L’educazione umanistica in Italia (1949), fino alla mirabile antologia dei Prosatori latini del Quattrocento della Ricciardi (1952), per dir solo di alcuni pilastri della sua infaticabile attività di editore e traduttore. Raccolte che hanno influito sugli studi rinascimentali, non meno dei suoi classici volumi.

A proposito di volumi, un’altra sua lezione: se osserviamo bene, la produzione di Garin è prevalentemente legata a saggi (anche amplissimi), note critiche, edizioni di testi, con una manifesta diffidenza per le sintesi, per i ben costrutti e organici quadri di insieme: la sua è una storiografia fatta tutta di ricerche puntuali e puntigliose, proponendo letture nuove, analizzando autori di grande significato e altri pressocché sconosciuti. Ove i testi, le situazioni storiche concrete, fuori di ogni schematismo classificatorio, sono le tessere di un mosaico che nella diversità dei colori riflette una variegata realtà, facendo vivere gli autori con la loro voce, nel contesto che fu loro proprio, con tutte le irriducibili diversità e frammentarietà di percorsi diversi.

Anche i saggi più ampi si sottraggono ad ogni semplificazione, ad ogni riduzione sistematica, anzi ricercano piuttosto le discontinuità, le ambiguità, le contraddizioni, le stratificazioni, così di singoli testi come dell’opera tutta di un autore o di un’epoca. Si ricordi, per fare solo un esempio, la forza con la quale – tornando sul suo Alberti – insista sull’impossibilità di cogliere nella sua opera «uno svolgimento lineare» – come altri vorrebbe – e come metta in evidenza i motivi diversi che sembrano rispecchiare nella sua opera le esperienze e le contraddizioni di tutta la cultura umanistica: dalla lucida razionalità e «controllato rigore» del De architectura, alla cupa esperienza della miseria e della cattiveria umana del Momus e delle Intercenales, con «figure degne di Hieronymus Bosch».

Anche l’altro settore degli interessi di Garin, la cultura italiana fra Ottocento e Novecento, ove ha imposto alla storiografia alcune precise linee interpretative, è legato a saggi su autori, editori, riviste, istituzioni: Cronache come si intitola uno dei suoi libri forse più letti e discussi (1955), fondato su sconfinate letture, nato da saggi pubblicati sul «Giornale Critico», retto da una sensibilissima attenzione a cogliere i segni dei tempi.

Ma anche qui senza pretendere né proporre omogenee linee di sviluppo; così come in tutta la serie di studi su La cultura italiana fra Ottocento e Novecento, come recita il titolo del volume laterziano del ’62, cui faranno seguito altri studi solo in parte raccolti. Dove non può sfuggire il continuo confronto con Croce e Gentile, con le loro posizioni teoretiche, le loro prospettive storiografiche, il loro impegno politico. Per risalire indietro a Spaventa e Labriola e giungere ai più recenti sviluppi del dibattito filosofico, con una parallela assidua lettura di Antonio Gramsci e l’accorata costatazione che – finita la «sapiente regia» delle prime edizioni (le Lettere prima dei Quaderni) – è mancata una lettura critica, storicizzata della sua opera, in non sottintesa polemica con certe facili mode. Presentando la raccolta di studi sugli Intellettuali italiani del XX secolo (1974) precisava: «chi scrive ha inteso altresì proseguire nei propri limiti lo studio dell’opera di Gramsci tentando di utilizzarne piuttosto che l’insieme delle affermazioni, indicazioni di metodo e di ricerca. Per questo ha tentato di approfondire il senso di un’opera piuttosto che ricostruendola in sistemi concettuali o riconducendola a schemi estranei, storicizzandola quanto più fedelmente fosse possibile, senza piegarla a scorrette operazioni ideologiche».

Come è noto a una generale Storia della filosofia italiana Garin aveva lavorato negli anni ’40-’42 su indiretta sollecitazione di Gentile, per la Storia dei Generi Letterari della Vallardi, riprendendo poi il lavoro fra il ’44 e il ’45 (uscirà nel ’47 col titolo La filosofia) e procedendo a una sua revisione per l’edizione Einaudi del ’66. Ma – come si è accennato – negli anni successivi al ’47, data della prima edizione, i programmi di lavoro erano cambiati con la rinuncia ai vasti quadri d’insieme, preferendo ormai il saggio, lo studio ravvicinato degli autori nel loro contesto storico-politico, dei circoli letterari, delle riviste, con insistito interesse per le case editrici e le istituzioni. Garin è tornato più volte sull’importanza della storia dell’editoria per «l’indissolubile intreccio» con la storia della cultura: per l’Italia moderna prima fra tutti Laterza, con la quale ebbe a collaborare dalla fine degli anni Quaranta – con la felice devota amicizia di Vito, già suo alunno a Firenze – con una incisiva presenza nella Biblioteca di Cultura Moderna e con la direzione dei Classici della Filosofia. Ma anche Bocca, Sonzogno e Sandron, Formiggini, La Nuova Italia, Olschki sul significato storico delle quali è più volte tornato. Con gli editori, le istituzioni, prima fra tutte l’Istituto di Studi Superiori di Firenze: una scuola, scriverà, che malgrado le incertezze e le ambiguità che stavano alle sue origini, «esercitò, non solo in Toscana, ma in Italia fra la fine dell’800 e l’inizio del ’900 una funzione di prim’ordine nel campo degli studi. Fu un fatto di rilievo non solo italiano. […] l’Istituto rappresentò il centro forse più importante del momento ‘positivo’ della cultura nazionale, di uno storicismo aperto, di un rigore scientifico che era difesa intransigente dei diritti della critica».

Al centro dell’Istituto, oltre alla grande scuola filologica dei Comparetti e Vitelli, degli Amari e Tocco, la figura di Pasquale Villari. Su di lui Garin tornerà più volte, sia per sottolineare il significato del suo positivismo come metodologia delle scienze storiche (rievocando la celebre prolusione dell’anno 1865-66 su La filosofia e il metodo storico), sia per il suo lucido impegno sui problemi del mezzogiorno e della giustizia sociale nell’Italia postunitaria, per continuare «l’opera di liberazione nazionale del Risorgimento»: qui il nodo dei problemi irrisolti della nazione.

Non a caso Villari – con i suoi interventi polemici lungo decenni, in parte ripubblicati con le Lettere Meridionali dallo stesso Garin (1995) – occupa una posizione centrale nel suo noto discorso bolognese del 1961 per le celebrazioni del centenario dell’unità d’Italia, ove più appassionata si sviluppa l’analisi di un Risorgimento incompiuto, forse fallito.

Qui si dovrebbe aprire un diverso discorso su Garin non solo attento studioso, ma sensibilissima e appassionata coscienza civile, sempre più inquieta e amareggiata quanto più si impegnava a capire i motivi di processi innovatori interrotti dopo l’unità, di ristagno e arretratezza di un Paese al quale non solo la Riforma era mancata, ma anche il completamento della Rivoluzione risorgimentale. Chi l’ha conosciuto sa non solo la sua attenzione, ma la passione con la quale seguiva le vicende politiche italiane, sempre attento a risalire indietro per cogliere le ragioni di un progressivo disfacimento del Paese, forse mai divenuto nazione moderna. E se già nei suoi primi interessi per l’illuminismo inglese e la cultura umanistica si avverte sempre in filigrana un forte impegno civile, le sue analisi si fanno via via più critiche e appassionate nei sempre più frequenti studi sulla storia italiana dopo l’unità: con la sensazione di un Risorgimento incompiuto per il trionfo delle forze conservatrici e trasformiste che hanno ignorato e coperto i problemi reali del Paese; e mentre la sua polemica contro la pacificata prospettiva storiografica imposta dalla Storia d’Italia di Croce si faceva assai aspra, invitava a una «discesa agli inferi della storia d’Italia» per «conoscere perché l’Italia di Garibaldi e Mazzini sia potuta divenire l’Italia di Mussolini; e vogliamo saperlo perché non avvenga più». Quella riflessione, quella discesa agli inferi per capire la disfatta del Risorgimento è mancata, come è mancata la cultura italiana di fronte ai problemi posti dalla Resistenza e dalla Liberazione. Allora di fatto si rifiutò un attento esame delle cause del fascismo, malgrado l’impegno per la ricostruzione morale e civile del Paese da parte di uomini ai quali andava tutta la stima di Garin e malgrado la vivacità del clima culturale postbellico che Garin ricostruisce nei dibattiti, nelle riviste, nei movimenti politici.

Quel discorso del ’61, come Garin ricorda più volte, segnò il massimo della sua impopolarità, insieme a quello, duramente critico, dell’anno prima a Roma, su La cultura e la scuola nella società italiana ove chiedeva perentoriamente «se esiste o non esiste il coraggio di riconoscere senza misericordia le responsabilità di errori antichi e di limiti presenti». Il discorso di Garin suscitò lo sdegno dei benpensanti, ma nessuna positiva risposta da una parte qualsiasi dello schieramento politico.

Sulla linea di una sempre più realistica e pessimistica analisi delle responsabilità della cultura sono ancora da rileggere le pagine del saggio, per l’einaudiana Storia d’Italia. La Toscana, sulla cultura italiana dopo la liberazione, lucidissimo nello sconforto di fronte a un progressivo impoverimento della vita culturale e civile del Paese. Se l’angolo visuale è la Firenze dopo il ’44 – un ambiente estremamente aperto e dinamico con protagonisti fra i più insigni uomini di cultura di allora – il discorso di Garin coinvolge tutta la cultura italiana, incapace di giungere a un chiarimento della situazione storica e politica: chiarimento mancato, rilevava ancora nel ’62 Bianchi Bandinelli, ma, soggiungeva Garin, «quel chiarimento avrebbe implicato una lunga lotta politica e culturale, per scendere davvero alle radici profonde di quello che era stato il fascismo nella vita del Paese». Mancata una riflessione critica sulla storia più recente, la cultura italiana si è ripiegata su se stessa, lungo i due decenni successivi alla fine della guerra. Garin indica date significative: dai primi anni Quaranta alla fine degli anni Sessanta; dalla Liberazione di Firenze, all’alluvione del ’66, alla contestazione del ’68. «Se –scriveva- dopo la liberazione rimase a lungo viva una forte tensione morale che consentì un trapasso senza traumi profondi proprio perché la cultura aveva già per suo conto respinto prima, e consumato poi, il fascismo; se, lungo quasi vent’anni, una cultura impregnata di storia, di umanità, di impegno civile, continuò a vivere, a battagliare, a produrre, è pur vero che l’onda dell’alluvione del ’66 rivelò, con le nuove ferite, antiche debolezze e troppi conti non pagati. La catastrofe della scuola universitaria, venuta subito dopo, mostrò, con la conclusione di un periodo, le difficoltà di un’altra ricostruzione».

I toni si fanno sempre più cupi: nel «progressivo impoverimento» che si avvertiva in Toscana si rispecchiava l’arretramento di tutto il Paese in un «travaglio senza riscatto», «senza che nulla alimenti speranze e illusioni». Garin ricorda – segnali esemplari – la crisi di storiche case editrici: Vallecchi, Sansoni, La Nuova Italia; ma la sua analisi potrebbe – e dovrebbe – continuare sino a oggi per capire come, sulla linea del crescente prevalere di una mentalità aziendalista e manageriale, si sia venuto eclissando il peso culturale di altre storiche case editrici (variamente assorbite da alcune concentrazioni editoriali) dall’Einaudi passata alla Elemond, alla liquidazione della grande tradizione UTET in mano a gestori di lotterie; si aggiunga, notava Garin, la crisi del sistema bibliotecario e della ricerca, e soprattutto delle istituzioni scolastiche: «l’infelice situazione della scuola italiana – scriveva – che avrebbe dovuto rinnovarsi subito dopo la liberazione e che, invece, in tutti questi anni ha soltanto stancato le spinte rinnovatrici, per bloccarsi in una situazione oscillante fra disperazione e apatia».

Parlando del proprio lavoro nell’86 Garin insisteva «l’impostazione che ho sempre cercato di dare al mio modo di fare storia della filosofia (non, come è stato detto, ridurre la filosofia a storiografia, ma storia della filosofia come filosofia) ha importato un circolo costante fra presente e passato, legando strettamente la problematica del presente alla riflessione sul passato, ma senza mai schiacciare l’uno sull’altro».

Circolo vitale per tutta la lunga vita di Eugenio Garin che non è mai venuto meno al suo impegno civile, ma rifiutando con sdegno la mitologia dell’intellettuale organico, che rischia, scriveva, «di diventare un ‘traditore’ della funzione stessa dell’intellettuale, che è quella di essere sempre, innanzi tutto, la coscienza critica, e la riflessione teorica consapevole della situazione civile del Paese».

Per questo, di fatto, isolato – seppure circondato sempre da grande stima – laico intransigente, vicino alla sinistra, anche da questa omaggiato, ma visto con sospetto, sorretto da una fiducia profonda nella sua attività di studioso, confortato dall’affetto e dalla costante collaborazione della sua Maria, Garin all’alba del nuovo secolo doveva sconsolato constatare: «non sono mai stato un ottimista, ma oggi ho un senso di sconfitta della ragione come non ho avuto nei momenti più cupi della guerra».