«What is Left?», di Pasquale Terracino

La definizione del rapporto tra socialismo e liberalismo conduce a svolgere non solo un riesame attento della tradizione, ma anche una riflessione necessaria, per una progettualità politica lungimirante, sui temi dell’uguaglianza, della libertà e del rapporto stato-cittadini.

Il socialismo liberale, nelle sue varie forme e denominazioni, ha avuto una influenza e una tradizione più ampia di quella che, nel corso del secolo scorso, seguaci e critici avevano sospettato. Già Norberto Bobbio, a più riprese, aveva sottolineato questo aspetto, segnalando una lunga genesi che portava fino a John Stuart Mill, uno dei padri nobili del liberalismo, del quale spesso si dimenticano le simpatie verso alcune istanze del socialismo non marxista.

Con questa premessa, nel 2004 per i libri di Reset è stato pubblicata l’interessante raccolta di saggi dal titolo Liberal-socialisti. Il futuro di una tradizione, a cura di Nadia Urbinati e Monique Canto-Sperber. Non è inutile accennare alla lunga gestazione di questo libro, concepito nei primi anni ’90, quando in maniera urgente si poneva il problema di un ripensamento dell’identità della sinistra, dopo il crollo dell’ideologia marxista – modello del resto già abbondantemente in crisi – alla quale buona parte dei socialismi avevano ancorato i propri destini. Si era dunque dato vita ad una serie di convegni, con pensatori europei e statunitensi, cogliendo le occasioni offerte dalla fondazione di Reset e dal quarantennale della rivista liberal americana Dissent. Il motivo per cui si era rivolti verso questa tradizione appare evidente: la critica del marxismo e del suo determinismo, l’enunciazione di uno sfondo progettuale per la società in cui si fondono e si confrontano Stato, mercato e cittadinanza la hanno resa particolarmente attraente; nella particolare realtà della sinistra italiana ha pesato inoltre l’attenzione dedicata dai socialisti liberali ad una architettura istituzionale diversa da quella poi affermatasi nella prima repubblica, ed in ambito internazionale la tensione verso il federalismo europeo.

Nell’aspirazione di rilanciare la modernità dell’«eresia» liberalsocialista, si è cercato di rintracciarne le tracce comuni all’interno delle diverse tradizioni nazionali e nel caso specifico del libro ci si è rivolti verso quella italiana, francese, tedesca, inglese e statunitense. È interessante notare, per inciso, l’attenzione rivolta a tale filone nelle elaborazioni politiche d’oltreoceano, testimoniata dalla traduzione avvenuta nel 1994 di Socialismo liberale di Rosselli, curata dalla stessa Urbinati e patrocinata da Berlin, Walzer e Hirshman. Si tratta di uno stimolante lavoro di raffronto e dialogo tra le due sponde dell’Atlantico, che, tuttavia, da un punto di vista metodologico, rischia di gettare in uno stesso calderone personaggi dalle esperienze e dai pensieri forse troppo distanti: balza all’occhio una lista eccessivamente eterogenea che va «da Stuart Mill a Max Weber, da John Dewey a Irving Howe, da Hobhouse a Tawney, da Bernstein a Oppenheimer, da Rosselli a Calogero a Bobbio», come si legge nella copertina. Tra Weber e Bernstein il salto è enorme; in quella che viene considerata la tradizione italiana, per esempio, su molti temi risulta difficile conciliare il solo passaggio dal socialismo liberale di Rosselli al pensiero liberal-socialista di Calogero che pure fu tra i fondatori del Partito d’Azione – che si considerava diretto erede delle tesi rosselliane.

Ponendo assieme una tale varietà di posizioni, vi è inoltre la possibilità di prestare il fianco a quanti accusano di astrattezza intellettuale il tentativo di congiungere due termini come socialismo e liberalismo, già in sé densi di significato e, per alcune interpretazioni, tra loro totalmente incompatibili (1). Non va neanche sottovalutato che, nel confronto della realtà storica, i due termini si sono indubbiamente posti, nella maggior parte dei casi, come irriducibili nemici. Gli autori (oltre alle curatrici, Otto Kallscheuer, Steven Lukes e Mitchell Cohen) sono comunque abbastanza avvertiti da svolgere la ricostruzione storica di questa idea con la consapevolezza di tale rischio, e dunque attenti a mettere in luce le forti differenze tra i pensatori affrontati, senza rinunciare alla volontà di rivendicare l’esistenza di un socialismo non marxista, caratterizzato da precisi aspetti, e di renderlo un sistema coerente. Il rifiuto del dogmatismo, la centralità dell’idea di libertà, l’attenzione verso la società civile, la difesa delle «regole del gioco democratico», la tensione verso un’emancipazione sostanziale dell’umanità, vengono individuate come i tratti salienti di questa corrente.

Ripercorrere l’interessante ricostruzione storiografica ed i problemi ad essa connessi, occuperebbe troppo spazio; si vuole qui puntualizzare il problema del rapporto tra socialismo e liberalismo. Non ha senso infatti far incontrare a metà strada le due tradizioni politiche, bisogna specificarne i contenuti, dare un aspetto concreto all’uguaglianza e alla libertà, per non cadere nella definizione di un semplice atteggiamento di fondo nei confronti della politica; la messa a fuoco di questo aspetto diventa il punto cruciale per la stessa liceità di una proposta socialista liberale.

Il socialismo è, tra i due, il termine più difficile da definire, quando non lo si consideri come fa il marxismo un «sistema» completo, corredato da una precisa filosofia della storia. In generale il socialismo può essere considerato come un ideale (o se si preferisce un ideale-limite) di costruzione di una società e come un movimento che si oppone all’oppressione economica e sociale degli individui; è in questo senso che esso viene inteso dal socialismo liberale.

Dinanzi alla domanda su quale possa essere la filosofia del socialismo, una volta rifiutata quella del materialismo storico, i socialisti liberali optano per un liberalismo non dogmatico, con tutte le conseguenze di una tale affermazione, in primo luogo la rinuncia al determinismo e la difesa dell’individualità. Detto questo, ci si muove ancora in uno spazio estremamente vago; occorre dunque entrare nel dettaglio sull’esatta formulazione di questa proposta. Diciamo quindi con Rosselli, che in questa prospettiva il socialismo è un fine, il liberalismo un metodo. Per l’esattezza, il socialismo liberale ha inteso sé stesso come una forma di compimento del liberalismo, ponendo il problema di una filosofia della libertà e della democrazia, la cui elaborazione teorica difetta nel marxismo. Socialismo dunque come naturale sviluppo storico del liberalismo nel processo di emancipazione dell’umanità: il liberalismo viene considerato, in una concezione di tal genere, come un metodo avente la funzione pratica di porre gradualmente l’allargamento dei diritti di libertà, in senso intensivo ed estensivo; da un lato, cioè, proseguendo oltre al mero perimetro in cui si racchiudono le libertà civili e dall’altro allargando quantitativamente e qualitativamente i fruitori delle stesse libertà.

Diviene qui cruciale la definizione del concetto stesso di libertà. Tradizionalmente sono due i principali significati che ha assunto il termine, altamente nobile ma estremamente sfuggente. A partire da Green e Berlin sino a Bobbio la libertà viene distinta in libertà da (definita anche come libertà negativa) e libertà di (libertà positiva): in sostanza, la prima definizione indica la sfera dell’inviolabilità dell’individuo, l’area che racchiude il novero delle libertà civili in cui non si subiscono interferenze da parte di altri; la seconda è la libertà dell’agente, orientata verso l’azione, che necessita per non essere solo formale del superamento di alcuni vincoli.

Nella tradizione esaminata, la difesa delle libertà civili si intende necessariamente coniugata con una libertà sostanziale, cioè con la capacità di agire.

La questione su cui, mi sembra, si debba fondare la definizione di socialismo liberale è quella dell’eguaglianza delle libertà, della libertà eguale, ovvero «l’esigenza di libertà intesa come esercizio di un diritto condiviso» (2). Un’eguaglianza che non significa l’eliminazione delle differenze, ma delle discriminazioni. È su questo piano che le proposte del socialismo liberale possono uscire dalla vaghezza ed essere attualizzate, intrecciandosi con le riflessioni del pensiero filosofico contemporaneo sulle condizioni di accesso all’auto-determinazione.

Senza entrare nello specifico della diversità tra gli autori, non è fuori luogo affermare che la riflessione di Rawls, l’egualitarismo complesso di Michael Walzer e la teoria delle capabilities di Amartya Sen, (a cui mi sembra di poter aggiungere la recente riflessione di Ian Carter sulla libertà eguale) costituiscono plausibili tentativi di risposta al problema di conciliare l’idea di libertà individuale con la giustizia sociale. I problemi della definizione di una libertà eguale, che da un punto di vista teoretico ruotano su una condivisa concezione dei due termini costitutivi e a monte sulla stessa definizione di individuo, concretamente emergono nello stabilire quali sono i diritti da difendere e gli ostacoli che devono – o non devono – essere eliminati per creare una situazione paritaria ai «blocchi di partenza».

Da un punto di vista politico la risposta che deve essere conseguentemente elaborata inerisce al ruolo che deve assumere lo stato e al rapporto tra lo stato stesso e i cittadini, inteso sia dall’alto verso il basso che viceversa; se il primo aspetto appare evidente e incontestato, appare spesso dimenticata l’importanza del secondo punto. Una concezione che pone al proprio centro un individuo che è in primo luogo un io sociale, e che, metodologicamente, abdica da formule definitive, postula per un’autonoma società civile un ruolo rilevante. Inoltre, in una realtà reputata conflittuale che necessita di compromessi e convergenze, bisogna disporre di tutta quella serie di corpi intermedi, che sono portatori dei diversi interessi della società. La democrazia non va mai disgiunta dall’idea di essere una sfera aperta a tutti: il dibattito politico democratico presuppone vigilanza e impegno da parte di tutti i suoi attori. Il ruolo della società civile si intreccia così con la stessa affermazione dell’individuo, che deve essere nella condizione di poter partecipare al dibattito, di poter sfuggire – anche in questo caso – alla diseguaglianza.

La riflessione su questi punti porterebbe troppo lontano e necessiterebbe di ponderosi tomi. Premeva focalizzare le premesse teoriche di proposte forse fallibili, ma che potrebbero dimostrarsi utili in una fase in cui certe scelte che riguardano le modalità di accesso all’uguaglianza appaiono inderogabili ed altrettanto inderogabile appare la necessità di un creativo e coraggioso dibattito a sinistra. Tali proposte, che per molti aspetti si sono affermate nella realtà, hanno spesso avuto una circolazione minoritaria; discuterle e declinarle secondo le esigenze attuali potrebbe essere una delle possibili strategie.

1 Come avvertiva Bobbio nell’introduzione alla ristampa di Socialismo liberale di Rosselli. Ha affrontato la questione anche M. Bovero, Liberalismo, socialismo, democrazia. Definizioni minime e relazioni possibili, in Aa.Vv., I dilemmi del liberalsocialismo, La Nuova Italia Scientifica, Firenze 1994, al quale Bobbio rimanda. «What is Left?» ilcontesto 1/2005 114

2 F. Sbarberi, L’utopia della libertà eguale, Bollati-Boringhieri, Torino 1999, p. 2.