Continuano a persistere ostacoli che penalizzano le donne nelle carriere universitarie, come le valutazioni strettamente legate a metodi “quantitativi”. Il punto sulla situazione nella giornata “La valutazione della ricerca e i bias di genere” organizzata a maggio alla Scuola Normale in collaborazione con la “Coalition for Advancing Research Assessment” (CoARA).

 

PISA, 16 giugno 2026. Il dottorato di ricerca è il punto in cui la forbice tra uomini e donne nel percorso accademico delle università italiane inizia ad aprirsi. La presenza delle donne, infatti, che rappresentano oggi il 57,7% delle laureate in Italia, si riduce progressivamente lungo la carriera accademica, fino al 29% tra i professori ordinari e al 24,2% tra i rettori. È uno dei dati emersi nell’incontro “La valutazione della ricerca e i bias di genere.  Lancio del toolkit per una valutazione equa della ricerca”, che si è tenuto lo scorso maggio a Pisa alla Scuola Normale Superiore.  Nel corso della giornata, in cui è intervenuto il Vicedirettore della Scuola Normale Tommaso Pizzorusso, sono stati anche presentati i risultati di due anni di attività del gruppo di lavoro “Towards an Inclusive Evaluation of Research” (TIER) della “Coalition for Advancing Research Assessment” (CoARA), inclusi gli esiti di un sondaggio che ha raggiunto 1.682 risposte sulla percezione della valutazione della ricerca in Europa e oltre.

«I risultati mostrano che la valutazione della ricerca è dominata da metriche bibliometriche tradizionali, con un gap di oltre 1.2 punti rispetto a contribuzioni più ampie come Open Science, didattica e impatto sociale, il “lavoro invisibile” dell’accademia, ha spiegato Maura ConiglioneEmerge che le donne hanno una probabilità 3.45 volte maggiore degli uomini di percepire bias di genere nella definizione di eccellenza — un gap stabile per età, ruolo e anzianità accademica. I ricercatori chiedono principalmente linee guida di best practice, protezioni per le carriere non lineari e strumenti di detection del bias. Solo il 25% ritiene che i narrative CV, raccomandati da CoARA e Leiden Manifesto, abbiano ad oggi un effettivo peso nella valutazione».

Sempre l’indagine TIER ha fatto emergere che nei settori di valutazione non bibliometrici il punteggio medio degli uomini supera quello delle donne in quasi tutte le qualifiche; lo scarto aggregato è circa tre volte quello osservato in quelli bibliometrici. Cosa significa? Silvia Penati, di TIER, nel suo seminario ha affrontato proprio i principali bias cognitivi e sistematici che incidono sui processi di giudizio, facendo specificatamente riferimento alle procedure istituzionali usate in Italia. «La strategia proposta per superare il problema è l’avvio di una revisione generale dei processi valutativi che introduca nuovi criteri di merito più multidimensionali, nell’ottica di valorizzare e promuovere la diversità. In questo processo, la sensibilizzazione della comunità scientifica e una formazione specifica dei valutatori per riconoscere e mitigare i bias sono strumenti fondamentali». 

Ester Cois, presidente di COUNIPAR, la rete che riunisce i Comitati Unici di Garanzia delle Università italiane, ha parlato del ruolo strategico dei Gender Equality Plans (GEP) e degli organismi di parità universitari nella promozione di una valutazione della ricerca più equa, inclusiva e consapevole dei bias di genere. Muovendo dal paradigma fix the women – fix the system – fix the knowledge, è stato evidenziato come le disuguaglianze accademiche siano il risultato di dinamiche organizzative e culturali che influenzano opportunità, riconoscimento e progressione di carriera. L’intervento ha proposto una rilettura del concetto di eccellenza, valorizzando qualità, sostenibilità, collaborazione e inclusione accanto agli indicatori tradizionali di performance. In questa prospettiva, GEP e CUG possono agire come infrastrutture di cambiamento istituzionale, contribuendo alla revisione dei criteri valutativi, al monitoraggio delle disuguaglianze e alla promozione del benessere organizzativo. Una valutazione più equa non rappresenta soltanto un obiettivo di giustizia sociale, ma una condizione essenziale per una ricerca di maggiore qualità e rilevanza sociale.

I dati sulle differenze di genere sono stati invece presentati da Paola Costantini, della Direzione Generale ANVUR, che li ha estratti dal rapporto sulla VQR 2020-2024. Il divario, che si amplia tra uomini e donne dopo (e a partire da) il dottorato, produce alcune storture anche nella valutazione della qualità della ricerca a livello nazionale. Ci sono ben pochi settori, infatti, in cui i prodotti della ricerca del personale accademico femminile superano come numero quelli del personale maschile: in Italia solo Scienze biologiche e Scienze psicologiche nell’ultima VQR 2020-2024 (unici due settori in cui sono presenti più donne che uomini). Eppure, in ben quattro settori la qualità media dei prodotti di ricerca delle donne è superiore a quella maschile: Scienze mediche, Scienze agrarie e veterinarie, Architettura e Scienze economico aziendali.