Pubblichiamo un articolo di cinque fisici in risposta ad alcuni interventi di Carlo Rovelli su Enrico Fermi, che fu studente della Scuola Normale Superiore, pubblicati nei giorni scorsi su Corriere.it e Corriere della Sera.
di Ugo Amaldi, Riccardo Barbieri, Giorgio Capon, Luciano Maiani, Monica Pepe Altarelli
L’ottantesimo anniversario della esplosione della bomba atomica ha suscitato alcuni commenti pubblici sul ruolo e, più in generale, sulla figura di Enrico Fermi. Per ricordare in modo appropriato lo studente di fisica più prestigioso della Scuola, crediamo utile questo testo, anche raccogliendo la voce di alcuni colleghi fisici che hanno conosciuto direttamente Enrico Fermi in vita.
Enrico Fermi, dopo aver preso, primo in Italia, la cattedra di Fisica Teorica, nel 1927 a Roma, introduce un campo della fisica interamente nuovo, incluse le sue tecniche sperimentali: la fisica dei neutroni. All’inizio è solo, ma negli anni 30 è aiutato dai ragazzi di Via Panisperna, Edoardo Amaldi, Oscar D’Agostino, Bruno Pontecorvo, Franco Rasetti e Emilio Segrè. Per queste ricerche Enrico Fermi riceve nel 1938 il Premio Nobel con la motivazione: “For his demonstrations of the existence of new radioactive elements produced by neutron irradiation, and for his related discovery of nuclear reactions brought about by slow neutrons.” Per "nuovi elementi radioattivi” la motivazione si riferisce alla cinquantina di nuovi isotopi radioattivi osservati a seguito dell’irraggiamento dei nuclei di moltissimi elementi con i neutroni lenti, che è la vera scoperta dei ragazzi di Via Panisperna e l’origine degli studi che portarono alla scoperta della fissione nucleare.
A Roma non furono individuati i prodotti dell’irraggiamento dell’Uranio, perché in chimica non erano abbastanza preparati. Nel 1934 Ida Noddack aveva suggerito che il nucleo di Uranio si spezzasse in due, senza però fornire alcuna prova e senza condurre gli esperimenti per i quali aveva la strumentazione necessaria. Soltanto nel 1938 Otto Hahn e Fritz Strassmann, esperti radiochimici di Berlino, dimostrano che uno dei prodotti dei neutroni sull’Uranio è il Bario, un elemento con peso atomico circa la metà dell’Uranio. Partendo dal risultato di Hahn e Strassmann, Lisa Meitner e Otto Frisch ipotizzano il processo di fissione, in cui l’Uranio, dopo aver assorbito il neutrone, si spezza in due nuclei di massa circa uguale e calcolano che in questo processo si libera una energia enormemente più grande rispetto all’energia liberata nelle reazioni chimiche. Allo stesso tempo Enrico Fermi è in viaggio verso gli Stati Uniti, come già diversi altri fisici italiani, per più di una ragione, l’ultima e più diretta le leggi razziali che colpivano sua moglie Laura Capon e i suoi figli.
Già nel 1939 alla Columbia University Fermi e Leo Szilard dimostrano che in ciascuna fissione dell’Uranio sono emessi circa due neutroni, il che rende possibile la reazione a catena. La via per l’energia nucleare, ma anche per la bomba atomica, è aperta. Nel 1942 la prima pila nucleare, costruita sotto la direzione di Fermi, entra in funzione a Chicago. Nello stesso anno inizia il progetto Manhattan, con la partecipazione anche di Fermi. A determinare questo è la lettera scritta da Einstein e da Szilard e inviata da Einstein al presidente Roosevelt nel 1939, ma anche l’attacco di Pearl Harbor del dicembre del 1941.
Nella lettera si sottolineava, come tutti i fisici coinvolti sapevano, che la Germania aveva tutte le competenze per fare un’eventuale arma atomica e si chiedeva al governo USA di stabilire un contatto permanente con gli scienziati che lavoravano alla fissione. Particolarmente significativa, a questo proposito, è la frase di Edoardo Amaldi in una intervista del 1980: “Ho riflettuto parecchio su questa eventualità. Se fossi stato negli Stati Uniti (dove tra l’altro avevo cercato di andare), probabilmente mi avrebbero chiesto di lavorarci (alla bomba) e io quasi certamente avrei accettato. Non perché l’idea mi piacesse, ma perché probabilmente avrei pensato, come tutti pensavano a quell’epoca, che c’era il pericolo che la bomba la facessero in Germania e, di fronte ad un pericolo del genere, uno doveva fare anche cose che non gli andavano. Poi, una volta presa la decisione di partecipare, è evidente che le cose non si fermano più e vanno fino in fondo.” Così come è significativa la frase di Ugo Amaldi, figlio di Edoardo: “Sono certo che, se la guerra fosse finita in Europa un anno prima, moltissimi dei fisici coinvolti avrebbero lasciato incompiuto il progetto, che quasi sicuramente sarebbe stato ripreso dai militari.” Anni dopo, nell’Ottobre del 1949, la Commissione per l’Energia Atomica degli USA discute sull’opportunità di sviluppare la Bomba H. Fermi e Isaac Rabi firmano una dichiarazione di minoranza che concludeva: "..we think it is wrong on fundamental ethical principles to initiate the development of such a weapon.” Non furono ascoltati.
Una delle numerose biografie di Fermi s’intitola “Fermi, l’ultimo uomo che sapeva tutto”. La prova dell’ampiezza dell’eredità di Fermi si scopre nel gergo dei fisici: Fermioni, la statistica di Fermi, il fermi, la sfera di Fermi, l’interazione/costante di Fermi, la pressione di Fermi, FermiLab, FermiSat, la scala di Fermi. E si potrebbe continuare.

